martedì 27 ottobre 2009

Il granello crebbe e divenne un albero

Luca 13,18-21

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».


Credo che per comprendere un pò e per conoscere un minimo quel Regno che nemmeno riusciamo ad immaginare dobbiamo partire da noi stessi, che poi è l'unica certezza che abbiamo, tangibile. Il Regno è stato preparato per noi, per chi sarà degno di varcarne le porte e di abitarlo; questa elezione ci viene offerta per grazia ma e misericordia e viene donata a chi si mostra interessato, a chi già da adesso protende le mani verso questo Regno. Ecco allora che, considerato ciò, possiamo dire che quel seme e quel lievito, ai quali si paragona il Regno, siamo noi, anzi l'essere seme e lievito è la condizione necessaria che ci procurerà la chiave d'accesso. Il seme che cade a terra muore per la sua nudità, il seme che dalla morte viene risuscitato e germoglia, porta frutto, e tra i suoi rami gli uccelli del cielo vengono a fare nidi. E la stessa succede con il lievito che addirittura, mescolato alla farina, riesce a far lievitare "risorgere" le tre misure di farina. Gesù paragona il Regno con questi due elementi ma ci insegna a divenire tali per iniziare, già da questa vita, a pregustare ciò che di noi sarà per l'eternità.

lunedì 26 ottobre 2009

Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?

Luca 13,10-17

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.



Ipocriti! Gesù sapeva bene che l'azione del capo della sinagoga aveva lo scopo di screditarlo e sapeva bene che la cecità lo divorava e non gli permetteva di vedere ciò che occorre vedere per primo, prima di parlare, di giudicare e condannare: guardare se stessi! Nei presunti peccati altrui e nelle azioni che spesso condanniamo c'è uno specchio sul quale bisogna necessariamente specchiarsi e, con lealtà, ammettere che le nostre di azioni non sono da meno. Loro slegano i loro asini di sabato per abbeverarli e Gesù non può dissetare un'anima che da tempo è in cerca della Sorgente della vita? L'uomo non è fatto per il sabato ma viceversa perchè c'è modo e modo di glorificare il giorno del Signore, e la gloria perfetta, quella gradita, si raggiunge con sacrificio e con un lavoro costante di testimonianza e di carità. Un fratello che chiede aiuto ha la priorità su tutto perchè nell'aiutarlo rendiamo viva la preghiera che spesso recitiamo a memoria, aiutando la donna a raddrizzarsi, Gesù, l'ha messa in condizione di poter vedere la via da seguire e di glorificare il Padre nel Figlio. Non lasciamo che lo spirito che teneva inferma la donna ci soffochi, non lasciamo che le nostre convinzioni bigotte oscurino la nostra fede! La fiamma che arde in noi va alimentata con ossigeno puro, quell'ossigeno che solo un cuore libero può pompare!

sabato 10 ottobre 2009

Beato il grembo che ti ha portato! Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio

Luca 11,27-28

In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
La stessa beatitudine di Maria spetta a chi sa portare in grembo, oggi, Gesù! Questa è una certezza perché ascoltando la sua parola e vivendola si porta in cuore la purezza del suo messaggio e la misericordia del suo sacrificio. Da ogni nostra azione deve scaturire la presenza di Gesù dentro di noi e la grazia che fu di Maria: dare alla luce la Luce, e donarla a chi ci sta accanto anche quando sembra sprecata "come perle ai porci" con la speranza che prima o poi anche loro rimangano folgorati dalla grandezza e dalla sua 'intensità. Maria non ha mai dubitato, conservava intimamente il senso della sua missione e anche sopportando il dolore della croce non ha mai dubitato esitato a continuare nel suo "SI" "d'ora in poi tutte le generazioni Ti chiameranno beata"

venerdì 9 ottobre 2009

Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio

Luca 11,15-26

In quel tempo, [dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio,] alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

E' essenziale comprendere come non si è mai "arrivati" percorrendo la via di cristo. Non possiamo permetterci il lusso di ritenerci "salvi" o "santi" e quindi di fermarci a riposare se il nostro stesso riposo non è affidato alle Sue mani e alla Sua misericordia. Mai abbassare la guardia mai perdere il contatto con Colui che fa di noi forti guardie del bottino. Tutto può ritornare perchè finchè viviamo nella prova siamo "soggetti a rischio" ed è col fuoco che la nostra fede viene testata e qualificata. O Signore che ha spazzato e pulito la nostra anima concedici di vegliare e vigilare su questo palazzo che hai voluto come dimora dello Spirito, sia esso degno di custodire e di esercitare le virtù che hai concesso con immensa grazia.

martedì 6 ottobre 2009

Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore

Luce 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».


Oggi tutta la liturgia ci invita, quasi, al riposo o meglio a gettar via ogni affanno e sedersi ai piedi del Maestro per ascoltarlo. L'immagine delle due sorelle è molto attuale perchè se Marta incarna il nostro stile di vita che ci rende spesso distratti e sempre impegnati, Maria al contrario è l'emblema di quanti riescono a vedere in Cristo il Tutto, tutto ciò che basta! Ma il riposo qui inteso non è da considerare alla lettera, va invece interpretato come consolazione, l'unica vera Pace che può essere assaporata gettando il Cristo ogni preoccupazione e affanno: Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, tutto passa solo Dio resta. Solo facendo proprie queste parole e facendo propria la Parola è possibile riuscire a scorgere la parte migliore e sceglierla, perseverare nella scelta e viverla, pur con momenti in salita e prove, ma coscienti del fatto che le consolazioni, poi, saranno ben più grandi. C'è tempo per ogni cosa, non occorre darsi da fare con fatica ma sperare in Dio per ritrovarci in Lui come Maria desiderosi di ascoltarlo e amarlo.

lunedì 5 ottobre 2009

Chi è il mio prossimo?

Luca 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di co! lui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».


Avere compassione, partecipare al dolore o alla gioia del nostro fratello, amarlo, è il comandamento nuovo che in racchiude gli altri. E' la legge del cuore chiamato ad amare senza secondi fini e senza limiti. Il nostro prossimo è più vicino di quanto ci sembri. Spesso, ed è giusto, lo cerchiamo lontano quando invece accanto a noi silenzioso aspetta un nostro sguardo, un nostro accenno. Apriamo gli occhi ed il cuore perchè oltre ai nostri sani gesti dell'andare a messa, del pregare, del rendere vive devozioni, ci sia un'attività significativa volta ad attenzionare il nostro prossimo. Per fare ciò occorre chiedere a Gesù una vista sempre più acuta, che non si offuschi con lo smog dei giorni nostri ma vada oltre, dritta al centro, dove c'è Lui, dove c'è ogni nostro fratello.

venerdì 2 ottobre 2009

I loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli

Matteo 18,1-5.10

In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”.
Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.
Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.

Gli occhi di Dio su quanti lo temono! Il timor di Dio lo si acquista con umiltà e con purezza. Non a caso, Gesù, prende in esame i bambini perchè è dalla miseria e dalla piccolezza che bisogna iniziare per vedere poi glorificata la nostra vita nei cieli. Lui stesso si è incarnato in un piccolo indifeso ma gli angeli sono stati presso di lui per custodirlo e consegnarlo nelle mani del Padre. Preghiamo il Signore che non faccia cessare mai la provvidenza nei nostri giorni, ci doni sempre le sue sentinelle a vegliare sul nostro cammino e sul nostro cuore.

giovedì 1 ottobre 2009

La vostra pace scenderà su di lui.

Luca 10,1-12 -
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».



Mi colpisce tanto l'espressione "mangiando e bevendo di quello che hanno" perchè sottointende la necessità di condividere con i fratelli l'espeienza di Cristo. Nell'intimità nasce e si sviluppa ma poi deve trovar sbocco ed indirizzo verso chi ci sta accanto. Sapersi riconoscere come "inviati" è la base principale per adempiere, poi, il comando di Dio e godere della sua pace. Abbandonati borsa, sacca e sandali come agnelli in mezzo ai lupi dobbiamo vivere senza timore alcuno ma con la consapevolezza di essere assistiti e sorretti dal Padre

mercoledì 30 settembre 2009

Ti seguirò dovunque tu vada.

Luca 9,57-62 -

In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

Chi sceglie di seguire Cristo già sa in cuor suo che la scelta è totale e senza vie di mezzo, se è vero che ci chiama a servirlo lo fa perchè di noi vuole tutto, il cuore per primo. Non è possibile servire dio voltandosi indietro, o amarlo anteponendo altri o altro a lui. Lui è il nostro tutto e da lui, poi, deve scaturire tutto il resto, in modo che ogni cosa che ci circonda ci parli di lui e ci riporti a lui. Quante scuse spesso ci inventiamo e cerchiamo di crearci allo scopo di assottigliare una mancanza o un peccato!! Non possiamo essere noi i nostri giudici perchè ben conosciamo la natura corrotta della nostra coscienza, occorre invece avvicinarla a Dio il più possibile ed iniziare a vedere con i suoi occhi, misericordiosi e giusti.

venerdì 25 settembre 2009

Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto

Luca 9,18-22

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».



Sembra quasi che Gesù si nasconde intimando i discepoli di non riferire a nessuno sulla sua vera natura. Da un lato si mostra predicando e guarendo e dall'altra si cela lasciando che sia il cuore di ciascuno ad incontrarlo e non le parole dette dalle gente. E' come se aspettasse con ansia il momento della sua passione per rendere visibile agli occhi di tutti la trasfigurazione preannunciata sul monte ai pochi. Un Dio che si uomo per penetrare la corazza dell'uomo, un Dio che si incarna per possedere il cuore, i sentimenti e la vita stessa degli uomini; ecco perchè si nasconde, vuole che ognuno di noi lo conosca nell'intimo senza che sia imposta questa conoscenza ma vissuta in primis e poi testimoniata. La fede non si impone, ma trasmessa manifestando l'amore che ci unisce a Cristo, divenendo noi stessi simile a lui, trasmettendo, a chi ci sta vicino, questo amore nella stessa misura con la quale l'abbiamo ricevuto gratuitamente.

mercoledì 23 settembre 2009

Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi

Luca 9,1-6

In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.


E bello pensare, con questo brano, alla figura di P.Pio e del modo esemplare che ha avuto nell'incarnarlo. Ha scelto la via della consacrazione e ha operato tante guarigioni con la sua opera e la missione di confessore, ma anche per chi sceglie altre vie non deve mancare mai la vocazione d'essere testimone di Cristo. Ciascuno di noi deve ritenersi "convocato" già al momento stesso del Battesimo e, professando la fede in Cristo, noi ci impegniamo ad essere costantemente suoi inviati alla costante ricerca del suo volto, alla conquista del suo regno. Per compiere ciò è indispensabile spogliarsi di tutto, e P. Pio si spogliò anche dal lato materiale vivendo in povertà, ma dire addio al proprio orgoglio, al proprio io, alla voglia di emergere non è meno facile dell'abbandonare bisaccia, bastone, pane e denaro...anzi è la battaglia che spesso perdiamo dinanzi alle vicende che la vita ci offre. Preghiamo affinchè il Signore ci dia il dono di essere portatori di pace e con l'intercessione di S.Pio possiamo un giorno vivere solo di Lui...

martedì 22 settembre 2009

Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Luca 8,19-21 -
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».



Non è fantastico che un semplice ascolto della Parola ci dia l'adozione a figli? Si che lo è se però prendiamo in considerazione il vero significato dell'ascolto che non sia solo captare ma soprattutto incarnare e vivere, nella propria carne, l'esperienza di Cristo... e non si può vivere questa esperienza se non si lascia tutto in mano a Lui con un atteggiamento di vera fiducia "metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi"

lunedì 21 settembre 2009

Gesù gli disse: seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì

Matteo 9,9-13

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.
Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: ‘‘Misericordia io voglio e non sacrificio’’. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.


E' un atteggiamento errato quello dei farisei, come sempre cercano di incastrare il Maestro facendo leva su ciò che posseggono cioè un attaccamento sterile alla legge fatta di prescrizioni. Gesù lo ripete e lo ripeterà all'infinito cercando di penetrare il loro cuore per imprimere il Suo Nome e il Suo nuovo messaggio: ‘‘Misericordia io voglio e non sacrificio’’. Il sacrificio non basta se non è accompagnato da un cuore contrito perchè alla vecchia legge ora si sovrappone l'insegnamento dell'amore, del perdono, della carità e del vero pentimento. Gesù ora è medico e come medico attende con ansia che noi, da malati, ci prostriamo ai suoi piedi a chiedere d'essere guariti.

sabato 19 settembre 2009

Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.

Luca 8,4-15 -
In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.


...e a chi dovremmo chiedere protezione se non al Padrone di questo terreno? A noi è stato dato il compito di soggiogarlo ma spesso, travisando, dominiamo in modo errato su questo terreno riducendolo in una discarica. Quando leggo questo brano penso a Teresa D'Avila e al suo bel modo di intendere l'anima: la paragona ad un giardino, da coltivare e dal quale, poi, ricavare frutti, consolazioni, opere. Descrivendo la fatica iniziale nell'attingere l'acqua per irrigarlo, però, non toglie mai la speranza di essere un giorno irrigati senza un minimo di sforzo ma solo tramite la grazie di Colui che ci ha posto dentro questo giardino. Occorre far leva sulla fatica e puntare sulla costanza perchè il seme caduto non porti frutto, le tentazioni sono forti, quella di tornare indietro, quella di abbandonare tutto, quella di lasciar morire ogni germoglio, ma se il "contratto" stipulato è stato fatto alla luce di un Vero Amore è impossibile voltarsi, si deve lottare e sudare, sicuri della meta, e sempre pronti all'ora della mietitura: che il Padrone non ci trovi impreparati ma con radici ben salde e frutti dai quali risplenda costantemente il "sapore di Dio".

giovedì 17 settembre 2009

Le stimmate di S. Francesco



Dalla «Legenda minor» di san Bonaventura. (Quaracchi, 1941, 202-204).

Francesco, mediante le sacre Stimmate, prese l'immagine del Crocifisso
Francesco, servo fedele e ministro di Cristo, due anni prima di rendere a Dio il suo spirito, si ritirò in un luogo alto e solitario, chiamato monte della Verna, per farvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Fin dal principio, sentì con molta più abbondanza del solito la dolcezza della contemplazione delle cose divine e, infiammato maggiormente di desideri celesti, si sentì favorito sempre più di ispirazioni dall'alto.
Un mattino, verso la festa dell'Esaltazione della santa Croce raccolto in preghiera sulla sommità del monte, mentre era trasportato in Dio da ardori serafici, vide la figura di un Serafino discendente dal cielo. Aveva sei ali risplendenti e fiammanti. Con volo velocissimo giunse e si fermò, sollevato da terra, vicino all'uomo di Dio. Apparve allora non solo alato, ma anche crocifisso.
A quella vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c'erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso; ma al mirarlo così confitto alla croce, la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore.
Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco.
Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell'incavo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie, e dall'altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue.
Dopo che l'uomo nuovo Francesco apparve insignito, mediante insolito e stupendo miracolo, delle sacre stimmate, discese dal monte. Privilegio mai concesso nei secoli passati, egli portava con sé l'immagine del Crocifisso, non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno, ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.

domenica 13 settembre 2009

Tu sei il Cristo… Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire.

Marco 8,27-35
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

La croce che ci illudiamo di portare molto spesso ci avvicina, invece, al peccato e alla mormorazione perchè la vediamo e l'accogliamo con gli occhi degli uomini e non con quelli di Dio. Ben sappiamo il significato della Croce, uno strumento di salvezza e di rinascita sulla quale è possibile salire solo riuscendo a rinnegare se stessi; e per riuscire a portare la croce con gioia e serenità occorre prima di tutto affidarsi e fidarsi di Colui che ha garantito per noi ("il mio giogo è soave") e che è sempre pronto a tendere la mano per rialzarci e soccorrerci. E' impossibile affidarsi, però, ad uno sconosciuto! La conoscenza di Cristo viene innanzitutto dall'accettazione totale della sua esperienza salvifica, senza scandalizzarsi dinanzi all'atrocità della croce, ma bensì pronti a sacrificare la nostra vita stessa per seguirne l'esempio. Ecco ciò che significa rinnegare se stessi, non è annullarsi ma rinascere e risorgere a vita nuova, una vita non più vissuta con gl occhi degli uomini ma con gli occhi di Dio. Solo con questa prospettiva sarà possibile affermare e proclamare la vera natura di Cristo, e seguirlo senza esitazione riscoprendo nella nostra croce quella che fu la Sua croce: un trampolino sul quale far leva per raggiungere il cielo!

venerdì 11 settembre 2009

Può forse un cieco guidare un altro cieco?

Luca 6,39-42

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».




La promessa di poter divenire come il maestro viene da noi travisata perchè all'essere simili noi preferiamo la totalmente sostituzione. Di certo pecchiamo, oltre che per la presunzione, anche per la perdita della grazia immensa, della quale si può godere, nel divenire una cosa sola col maestro. Quando lo scambio è sincero, quando ci si attiva costantemente al fine di crescere e migliorare, quando non si ha il solo scopo di superare e scavalcare, è allora che sarà possibile giungere ad una meta, giungere a destinazione anche se ciechi perchè fiduciosi in Colui che ci guida. Invece la nostra cecità non ci permette questo, e non per la totale mancanza della vista ma per qualcosa di più grave: la cecità che ci opprime oggi è l’incapacità di saper vedere oltre la punta del nostro naso, essere limitati e considerare solo ciò che ci fa comodo, solo ciò che aiuta la nostra auto-redenzione. Ed è assolutamente sbagliato; un cieco che si affida deve saper guardare con gli occhi di chi lo guida così come noi dovremmo guardare il mondo e la nostra vita con gli occhi di Cristo. Se così fosse non esisterebbero il giudizio che ci fa vedere le pagliuzze altrui, la presunzione e l’orgoglio che ci portano a cadere nel baratro trascinandoci spesso dietro compagni indifesi. Forse, allora, non ci fidiamo di Lui? O forse siamo troppo presi dal misero potere che ci è stato dato, dal libero arbitrio, riuscendo a deformarlo e renderlo a tratti una condanna? Non utilizziamo quasi mai questa prerogativa a fin di bene anzi, ci sediamo in alto e da giudici scagliamo accuse e infliggendo pene costruendo, man mano, la nostra di pena, quella che non avrà fine, quella eterna. Domandiamo al maestro di aiutarci a togliere la pesante trave dal nostro cuore per poter guardare con occhi diversi, con i suoi occhi, carichi di infinita pazienza, amore, benevolenza e misericordia.

lunedì 7 settembre 2009

Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato

Luca 6,6-11
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.


Gesù è venuto a portare a compimento la legge, pur non abolendona dona ad essa la completa pienezza con l'esemplare insegnamento del metterla in pratica e viverla. Ai precetti tanto cari agli scribi e ai farisei lui affianca il Cuore, un Cuore che da servo ora diventa Amico del Padre e fratello dell'unico Figlio, e solo sintonizzando il nostro cuore con la Volontà del Padre è possibile andare oltre il "sabato", scavalcare precetti e azioni meccaniche per trasformare ogni nostro giorno nel "giorno del Signore". Non possiamo delimitare le nostre azioni o pianificarle perchè Dio è ovunque, in ogni luogo, in ogni attimo e in ogni fratello e situazione che incontriamo lungo il cammino. Quanta libertà ci dà Gesù cristo, e come vorrei che l'assaporassero quanti vedono in lui restrizione e catene! Quanta libertà ci ha dato facendoci comprendere dove sta la Vera libertà: seguirlo, ascoltarlo, viverlo è gioire in Lui benedicendo ogni incontro come evento voluto allo scopo di migliorare questo intimo rapporto...

domenica 6 settembre 2009

Fa udire i sordi e fa parlare i muti

Marco 7,31-37

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

L'intimità dell'incontro e dell'esperienza con Cristo oggi è più che mai sottolineata ed evidenziata. Per riuscire a parlare occorre, prima, essere in possesso di buoni argomenti, acquisibili tramite lo studio o l'Ascolto. Se crediamo che Dio "ha nascosto queste cose ai sapienti per rivelarle ai piccoli" allora non abbiamo scuse plausibili che possano giustificare la nostra sordità. Parlare di Cristo, proclamarlo, senza averlo conosciuto, ascoltato è un'attività sterile e che non porterà mai nessun frutto; senza la testimonianza, senza una vita intrisa totalmente della sua Parola sarà impossibile annunciarlo e renderlo "credibile". Potremmo dire "predicar bene e razzolar male"! Perchè invece non si prova ad invertire queste due azioni? Cioè fare della nostra vita una costante "predica", lasciare che i nostri gesti parlino a chi ci sta accanto, e lasciare che il nostro silenzio accompagni la nostra testimonianza pura e semplice. Il Signore apre le nostre orecchie e intenerisce il nostro cuore affinchè possiamo ascoltare la sua Voce, rende libera la nostra lingua, ma lo prego continuamente che la tenga a freno quando essa si scollega, quando vuole viaggiare su binari opposti a quelli del mio cuore...

venerdì 4 settembre 2009

Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno

Luca 5,33-39

In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».


"Il Vecchio è gradevole"; quanto ci costa caro dover abbandonare il vecchio per il nuovo? tanta più fatica quanta la mancanza di fiducia nel Nuovo. Eppure dovremmo averne di fiducia, dopo che abbiamo conosciuto e sperimentato l'immensa bontà di Colui che ci propone questo cambiamento. Gesù ci invita a cambiare ma non lo fa per averne merito o avere successo e fama ma al solo scopo di salvare noi. Mi colpisce l'appunto che fa l'evangelista sulla parabola del vino e degli otri perchè pone tutta la preoccupazione, non al contenuto, ma al contenitore, che potrebbe andare perduto. E i contenitori siamo noi, e tutto opera a favore nostro affinchè nessuno di noi vada perduto e La Novità circoli nel nostro corpo e, nella nostra vita, diventi testimonianza vera. Ecco perchè è impossibile digiunare in presenza dello Sposo, perchè lo Sposo stesso ora si fa artigiano e con maestria modella la nostra anima affinchè diventi un vestito nuovo e un nuovo otre da riempire senza nessun rischio: un cuore libero dal peccato è un cuore sano, senza crepe ne strappi da rattoppare! Solo cosi, con la pienezza e la consapevolezza d'aver realmente conosciuto Cristo e la capacità di vivere il suo messaggio potremo sopravvivere e digiunare con gioia quando "sarà tolto loro", con la speranza di non perderlo mai, ma anzi iniziare ad acquistarlo per l'eternità.

giovedì 3 settembre 2009

Lasciarono tutto e lo seguirono.

Luca 5,1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.



Colpisce subito l'immensa fede di Simone, non a caso, poi, sarà posto da Cristo stesso, come pietra sulla quale edificare la Chiesa. Eppure anche lui ha sofferto tentazioni nel nome di Cristo, lo ha rinnegato, pur senza perdere la purezza del sentimento che lo ha reso fervente discepolo. La giornata di pesca era finita, si lavano le reti per deporle, ma Cristo lo invita a risalire in barca come a precisare che chi lavora per lui non può concepire questo impegno come un lavoro cadenzato dagli orari. Chi sta nella barca di Cristo, chi sta nella Chiesa, vi è dentro sempre, giorno e notte, nelle feste e nei giorni feriali, sempre pronto ad eseguire il comando che il Signore gli ordina; e Simone, "sulla tua parola", in nome di Cristo non esita e si rimette a lavoro, rimettendo tutto nelle mani di Colui che lo guida. Senza dubbio ancora oggi Cristo è presente nella barca che è la nostra Chiesa; non ci sono dubbi a riguardo perchè se fosse tutto in mano a noi "peccatori" di sicuro la struttura non avrebbe resistito al peso, delle fratture, dei colpi potenti del nemico. Cristo è con noi, il Suo Spirito ci governa, ci guida, ci da forza, chiama giornalmente ciascuno di noi a gettare le reti della Parola e della Testimonianza allo scopo di pescare sempre più uomini, con la consapevolezza d'essere indegni ma capaci "in colui che ci da forza". Non ci sono tempi prestabiliti, ne la sua chiamata può corrispondere alla nostra predisposizione, ma è lui che prima ci mettete nella condizione favorevole e poi ci invita, certo della nostra risposta…

mercoledì 2 settembre 2009

È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato.

Luca 4,38-44 -
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.


L'unico grande evento degno d'essere chiamato "guarigione" è l'incontro con Cristo. Un' esperienza sincera che ci mette seriamente a conoscenza della sua natura "tu sei il figlio di Dio". Ci soffermiamo troppo spesso al solo pronunciamento di questa frase senza che il suo senso produca in noi l'effetto voluto da Cristo stesso. Se ci mette in condizione di riconoscerlo ci sarà pure un motivo! Lui non fa niente per niente "perchè dia frutto" nel senso che ogni grazia, ogni miracolo, ogni incontro e contatto siano solo l'inizio, le basi del progetto che ha in serbo per ciascuno di noi. Di certo chi conosce Dio non può presumere di possederlo o di ritenersi "prescelto" "innalzato", perchè tutto questo potrà avvenire si, ma solo se sarà lui a volerlo. Non possiamo trattenerlo, ne circoscriverlo all'interno di gruppi e clan: "È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città"... e a questo ci invita, a farlo conoscere con la nostra esperienza, mettendo in circolo la nostra stessa guarigione, quella del cuore, per portare a tutti la "buona notizia": Gesù mi ha salvato, ascia che salvi pure te!

martedì 1 settembre 2009

Io so chi tu sei: il santo di Dio!

Luca 4,31-37

In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.



E' facile provare questo scetticismo, questo sentimento di sfiducia magari nei momenti di prova e di sofferenza. Mettendo in discussione la potenza di Dio, si mette in gioco la stessa nostra fede, e si sà che nelle nostre mani finirà per sgretolarsi inesorabilmente. Forse occorre comprendere che non è per merito nostro che crediamo ma per volontà e per amore di Colui che ci ha donato questa grazia. Allora non possiamo e non dobbiamo permettere che venga attaccata ma anzi, e proprio nei momenti di sconforto, occorre fare leva su ciò che di nostro possiamo mettere per salvaguardarla: la costanza, la fiducia e il timore di Dio. Lo spirito impuro conosce bene Cristo perchè in Cristo identifica il suo massimo nemico, Colui che lo sconfiggerà insieme al peccato e alla morta. Il nostro timore di Dio, la conoscenza di Lui, al contrario, deve nascere e maturare dalla consapevolezza che solo in Dio troveremo salvezza se solo saremo disposti a piegarci a lui, al suo giogo soave: il nostro stupore non sia generato dallo scetticismo ma dalla costante sorpresa di scoprire, riscoprire e assaporare la sua immensa misericordia.

venerdì 28 agosto 2009

Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Matteo 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».


"Non vi conosco", come noi non abbiamo voluto conoscere lui! Dopo averlo incontrato abbiamo preferito continuare per altre vie ritenendo inutile e vana la veglia che Lui ci invita a vivere con la nostra vita. La vita è una prova, ma è anche una veglia in attesa, non della morte terrena, ma del costante incontro con lo Sposo. Spesso l'idea di doverlo incontrare alla fine dei nostri giorni ci fa venire l'angoscia, la tristezza, ma qui si parla di nozze e quindi di festa, e la gioia che lui ci chiama a vivere deve essere la nostra festa, quella che quotidianamente viviamo quando lo incontriamo e lo testimoniamo. Non è dura come prova, non è faticoso vegliare nè estenuante come attività, perchè non esclude niente di ciò che ci è stato dato in questa vita, anzi ci permette di godere al meglio e positivamente delle gioie terrene senza sconfinare mai in bramosie e quindi nel peccato. La fiamma che arde dentro il nostro cuore ha bisogno di continuo "olio" e da chi può venire questo prezioso carburante se non dalla sua Parola! "Tu solo hai parole di vita eterna" e tu solo, Signore, sarai capace di far ardere e splendere per sempre, in eterno, la fiamma che hai acceso in noi con il dono della Fede. Aiutaci a proteggerla dalle insidie del male e dal vento e da chi tenta di spegnerla, cosi che, il giorno delle nozze, tu nostro sposo, aprirai le porte della gloria eterna.

mercoledì 26 agosto 2009

Siete figli di chi uccise i profeti

Matteo 23,27-32

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».


Colmare la misura dei nostri padri, cioè come a rimediare agli sbagli che li hanno resi colpevoli. Noi non siamo in grado di colmare perché erroneamente, nel farlo, ci limitiamo solo a condannare, macchiandoci, inevitabilmente, della stessa colpa. Non possiamo continuare a vivere da ipocriti e da empi "si illudono con se stessi nel ricercare la colpa e detestarla" ma dobbiamo iniziare, seriamente, un cammino di rinnovamento e di vera conversione che ci porti ad essere limpidi nel cuore e quindi esteriormente. Piacere agli uomini è una pratica che non porterà nessun frutto se non un continuo malessere; impegniamoci ad apparire degni dinanzi al Padre l'unico che ha in mano la giustizia, la misericordia e la vita. Chi sceglie Cristo lo sceglie col cuore e non come un normale vestito da indossare solo per apparire giusto; si può ingannare l’occhio dell’uomo ma Lui ci conosce nel più intimo dei nostri pensieri e, illudendoci di ingannare Cristo, illudiamo noi stessi d’aver trovato la pace dentro la tomba del nostro peccato

martedì 25 agosto 2009

Signore, da chi andremo?

24-08-09,

Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna! Le parole dei discepoli sono le mie parole, i miei pensieri di questi ultimi giorni. Mi consola il comprendere che spesso Dio tira le somme e ci mette dinanzi al solito bivio, al grande bivio “o con me o contro di me” e lo fa per il solo scopo di distruggere le mezze misure che invano abbiamo creato per auto-redimere qualche nostra mancanza o difetto. Tendiamo troppo spesso a modellare questa materia, a creare un metro del tutto personale ignorando l’unico grande Metro che è nelle mani del solo in grado di utilizzarlo. La redenzione non è nelle nostre mani ma siamo in possesso degli strumenti per viverla. Niente di imposto, ci lascia liberi e, ad ogni minima caduta, il Padre rinnova l’invito, ci pone davanti la scelta; se scegliamo di seguirlo allora ci rialzeremo se al contrario poniamo fiducia nelle sole nostre forze prima o poi non saremo più in grado di farlo perché dalla buca della tomba nessuno mai sarà in grado di riprenderci se non Colui che ha vinto la morte aprendo le porte del Regno. Simon Pietro ha fatto esperienza di Cristo e lo segue perché ha compreso che non può trovare altrove ciò che ha pregustato già vivendo alla sua sequela; e al di là dei suoi difetti, delle sue debolezze, e dei suoi peccati c’è un cuore totalmente convertito all’Amore. Non devo temere, dunque, quando, in preda alle angosce, mi soffermo, credo che l’importante sia partire di nuovo con piede giusto, pregando e sperando di non dover più tirare il freno e titubare sulla direzione da percorrere. La mia insicurezza, o Dio, guardala come bisogno di sincerità e di limpidezza con me stesso e con Te.

Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle

Matteo 23,23-26

In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».



Oggi la Parola picchia forte sul nostro cuore, ancor più forte se pensiamo a quante volte siamo stati simili a questi "ipocriti" descritti. Abbiamo tralasciato le "cose da fare" per dedicarci ad altre cose che hanno il solo scopo di abbellire ed arricchire la nostra apparenza. Ma cosa farne dell'apparenza? Non siamo oggetti e come uomini, fatti di spirito e carne, non necessitiamo di cornici o piedistalli ma al contrario di occasioni proficue per ascoltarci dentro. Lo sappiamo bene che Dio guarda dritto al cuore e dal cuore deve partire ogni impulso, da cuore quindi deve iniziare quel lavoro di "pulizia" che dall'interno si espande verso il resto del nostro essere. Pulire solo l'esteriorità è un errore che rischia di far perdere, soffocandolo, quel minimo di interiorità che è rimasto! Oggi Gesù ci insegna che è favorevole innanzitutto sentirsi in pace con se stessi e quindi con Dio e poi dedicarsi alle altre opere, a quelle cose che non vanno "tralasciate" perchè completano il nostro essere testimoni, cristiani.


sabato 22 agosto 2009

Dicono e non fanno


Matteo 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».


Dicono e non fanno, l'incoerenza della parola detta, con i fatti! E' difficile tenere questi due elementi in equilibrio perchè è facile parlare e diventa difficile comportarsi secondo la Parola se questa non passa prima dal cuore, entrando in circolo e incarnandosi in noi. Non sta a noi innalzarci, ma siamo semplicemente chiamati a vivere secondo gli insegnamenti di Colui che per primo ha scelto la via dell'obbedienza per essere infine innalzato da chi ha il potere di farlo: Il Padre.

L'incoronazione di Maria- Filippo Lippi, Duomo di Spoleto - abside-

Maria l'umile per eccellenza è stata innalzata a Regina del Cielo e della Terra, lei che ha saputo vivere il Vangelo sentendolo pronunciato dalla bocca del figlio, lei intrepida e fedele fino alla morte, lei incoronata.

giovedì 20 agosto 2009

Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze

Matteo 22,1-14

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


“Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” Stessa sorte che è toccata a chi ha rifiutato l'invito del re ed è ritornato ai propri interessi quotidiani. Le nozze di questo figlio sono paragonabili alle nozze dell'Agnello, immolato per la nostra redenzione. Cioè tutto è stato preparato per la nostra salvezza, l'unico figlio immolato e sacrificato e ancora resistiamo a tanto amore? Cosa mai può renderci cosi duri e insensibili, cosi indifferenti verso la nostra stessa sorte. Forse crediamo davvero che la vita è solo questa vissuta tra carne ed ossa? Si lo crediamo e ne da conferma il nostro agire, il nostro voltare le spalle alla tavola imbandita il nostro rifiuto nell'indossare quell'abito nuziale che ci renderà degni, in grazia di Dio, di partecipare alla festa del cielo. Viviamo nelle tenebre convinti d'essere nella luce, abbandoniamo le opere delle tenebre per assaporare la Vera Luce, quella che non ha fine ed essere capaci di rispondere alla chiamata e quindi essere innalzati all'elezione di invitati alla mensa eterna.

mercoledì 19 agosto 2009

Sei invidioso perché io sono buono?

Matteo 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Ancora una volta facciamo i conti con la nostra materialità e con l'assurda presunzione di poter e saper quantificare il tempo del Padrone. Sono due modi diversi di concepire il tempo, il Suo con il nostro non possono essere messi a confronto perchè noi valutiamo la quantità lui mira alla qualità del tempo. Così non fa differenza tra quelli che iniziano a lavorare prima e chi inizia dopo, non fa confronto perchè guarda solo il lavoro, la sostanza, il cuore. Allora, potremmo dire, che ne vale vivere una vita in conformità se basta poco per convertirsi, magari alla fine dei nostri giorni, ed essere redenti? Credo che il nocciolo e la risposta a questo perchè stia dentro la frase "Perché nessuno ci ha presi a giornata”; noi, infatti, che siamo stati chiamati, che abbiamo conosciuto, che siamo stati messi a corrente della via da seguire non possiamo permetterci di deviare ma al contrario migliorare costantemente il nostro cammino..perchè la pena sarà più dura per chi, una volta conosciuta la via, la smarrisce!

martedì 18 agosto 2009

È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.


Matteo 19,23-30 -
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».



Essi confidano nella loro forza, si vantano della loro grande ricchezza. Nessuno può riscattare se stesso,o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto si paghi il riscatto di una vita,non potrà mai bastare per vivere senza fine,e non vedere la tomba. Questa è la sorte di chi confida in se stesso, l'avvenire di chi si compiace nelle sue parole (sal.48).
"Chi può essere salvato?" Questo è impossibile agli uomini perchè hanno mutato la ricchezza datagli dal Padre sfruttando l'intelligenza e la sapienza per andare dietro a false speranze e realtà che prima o poi condurranno alla tomba. Un ricco non potrà accedere al regno dei cieli perchè ha confidato soltanto sulle sue parole, sulla propria forza, divenendo lui stesso dio di se stesso senza mai domandarsi da dove provengano le capacità che lo hanno reso tale. Chi non sa farsi piccolo non potrà passare dalla cruna dell'ago; e la piccolezza, qui intesa fisicamente, è la miseria della nostra anima, l'umiltà di saper ammettere che noi da soli non siamo nulla, i nostri tesori niente se paragonati alla gloria del Trono che siamo chiamati a condividere....se solo siamo disposti a seguirlo! Abbandoniamo tutto per il suo nome cioè accettiamo la Verità che tutto viene da lui, e che "case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi" sono solo veicoli per giungere alla piena conoscenza del Padre e in essi glorificarlo già in questa vita. Non perdiamoci, non smarriamo la via; ogni cosa ci è donata per la nostra salvezza siamo noi che, con perversione, andiamo in cerca di ciò che ha fine perdendo di vista la fiamma inestinguibile dell'amore di DIO.



giovedì 13 agosto 2009

Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette

Matteo 18,21-19,1

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.



Con la misura con la quale misurate sarete misurati" Lo recitiamo ogni giorno nel Padre Nostro, questo passo del vangelo è riassunto in quella breve frase "perdona i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori"; ancora una volta è tutto in mano nostra, ancora una volta ci viene data la possibilità di "gestire" la misericordia di Dio e di condividerla con i fratelli. Non sempre facciamo attenzione a questa realtà, perchè se da un lato imploriamo il Padre di perdonare noi dall'altro accusiamo i fratelli senza un minimo cenno d'amore e comprensione. Signore aiutaci a ritrovare, nella critica e nell'analisi del peccato altrui la nostra colpa, donaci di vedere prima i nostri peccati, di sperimentare la tua bontà per poter poi aiutare e correggere con amore i fratelli.

lunedì 10 agosto 2009

Se uno mi serve, il Padre lo onorerà

Giovanni 12,24-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà”.



Chi sceglie di vivere la propria vita da solo, lontano da Cristo, inevitabilmente ha scelto la morte, una morte ben diversa da quella intesa dall'evangelista: la morte eterna. Il chicco di grano che cade a terra e muore è come chi si affida a Cristo e muore a se stesso, si affida a quella terra che senza dubbio lo renderà fecondo "lo onorerà". Per morire vivendo in Cristo è necessario servirlo ma non come servo ma come amico divendo noi stessi sua immagine a servizio dei fratelli

venerdì 7 agosto 2009

Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

Matteo 16,24-28

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».


"Nessuno può riscattare se stesso o dare a Dio il suo prezzo"; c'è distinzione tra tesori terreni e tesori celesti, direi netta e questo grazie all'immensa misericordia di Dio. Ha lasciato a noi il compito di decidere di quali gioire, se andare dietro alla falsa illusione oppure iniziare già da questa vita a lavorare intensamente per raggiungere ad accumulare tesori in cielo. Lui lo ripete spesso, sottoforma di parabole o anche apertamente "non potete servire Dio e il denaro" con un chiaro invito a lasciare tutto ciò che ci lega morbosamente al mondo ed iniziare a sperimentare tutto ciò che ci legherà saldamente alla sua Gloria. Non è una rinuncia ma un'adesione totale all'Amore. Purtroppo affascinano troppo i tintinnii del mondo in cui viviamo, ma se consideriamo la loro luce un niente in confronto alla Vera Luce non dovrebbe esserci ostacolo alcuno nel lasciarli e perdere quindi la propria vita per ritrovarla nell'eternità del cielo. Voglio pensare ai tanti che, leggendo questo passo, magari immaginano questo Dio come un dio crudele che ha dato ai suoi figli il mondo per non gioire del mondo! Il Signore dia loro la forza di comprendere che noi siamo nel mondo, a noi è stato dato il potere di soggiogarlo ma non possiamo permettere che la nostra volontà e il nostro cuore siano soffocati dalle sue logiche. La libertà non è poter fare tutto ciò che il mondo ti offre ma saper scegliere nel pieno della conoscenza della Verità.

giovedì 6 agosto 2009

Questi è il Figlio mio, l’amato.

Marco 9,2-10 -

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.
Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.



Sul Tabor Gesù fa pregustare a Pietro Giacomo e Giovanni la gloria eterna riservata a chi non rifiuterà la sua redenzione attraverso una vera conversione. E' dura scendere da questo monte, Pietro vuole sistemare una tenda per dimorarvi, ma la nostra casa deve essere il mondo e nel mondo che dobbiamo vivere trasfigurati dalla luce di Cristo.

mercoledì 5 agosto 2009

Donna, grande è la tua fede!

Matteo 15,21-28
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.


Oggi sembra davvero duro e selettivo Gesù e deve esserlo per non permettere che nessuna delle sue perle venga sprecata o data ai porci! E' stato mandato alle pecore perdute della casa di Israele e per i quanti sono disposti ad entrare a far parte di questo popolo. Spesso chi chiede una grazia lo fa solo per la grazia stessa senza accennare minimamente un bisogno di cambiamento radicale, di conversione totale. Gesù non è un mago, un prestigiatore, se guarisce, risuscita, risana, lo fa allo scopo di recuperare le pecore del suo gregge spesso smarrite a causa del dolore e della prova. Nelle preghiere, quindi, occorre chiedere principalmente questo: essere riammessi nel gregge, quindi aver rinsaldata la fede, quella fede che spesso vacilla al primo ostacolo. La donna ha dimostrato di averne tanta, si è prostrata ai piedi di Gesù con atteggiamento di umiltà e di chi è disposto ad accontentarsi anche del "poco" per raggiungere il "molto"... a noi il poco fa paura, il niente terrorizza, perchè siamo assetati e bisognosi di riempire la nostra vita di cose inutili quando invece basta conoscere Lui, il Tutto. Siamo pronti a scendere in basso per risalire piano piano?



martedì 4 agosto 2009

Comandami di venire verso di te sulle acque

Matteo 14,22-36
Subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.



Quando chiediamo qualcosa con insistenza, quando speriamo d'essere esauditi e poi realmente la nostra preghiera trova l'ascolto dovuto è inevitabile provare paura, timore, ancor più se la nostra richiesta è quella di conoscere Cristo e d'essere ritenuti degni di seguirlo. Lui, che ascolta la sincerità del nostro cuore, non esita a chiamarci e lo fa nei momenti impensabili e in circostanze poco propense per noi, appunto perchè niente e nessuno deve distrarci ora che la nostra supplica è stata accolta; abbandonare tutto è difficile, incamminarci per vie sconosciute ancor di più, camminare, poi, su acque agitate ci sembra un'impresa impossibile...ma la certezza di avere accanto Cristo non deve farci temere ne dubitare. "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?", ed è vero che la nostra fede vacilla specialmente nella prova, proprio nel momento in cui siamo chiamati a renderla più salda e rinforzarla. Scoraggiarsi non serve se non ad affondare irrimediabilmente, per fortuna si ha la forza, ancora, di credere nella sua misericordia e gridare aiuto "Signore, salvami!" e riscoprire che solo in lui "Figlio di Dio" c'è la Salvezza.
"Per andare dove non sai devi passare per dove non sai" abbandonarsi totalmente a Colui che da una notte oscura farà albeggiare un sole eterno.

lunedì 3 agosto 2009

Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.

Matteo 14,13-21
In quel tempo, avendo udito , Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

La Fame, la Sete, L'aridita non sono buone scuse per concedarsi dal Maestro, dal Padre, perchè se tale lo chiamiamo "maestro e padre" significa che in lui ritroviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno. In realtà tutto sussiste in lui ma non sempre abbiamo la lucidità per comprenderlo. Perdiamo di vista la sua reale natura perchè anteponiamo altro, i nostri bisogni, i nostri problemi, le nostre angosce, senza sperimentare qunto è delizioso lasciarsi andare, lasciarsi condurre senza preoccupazione alcuna, coscienti di essere comunque vincitori "in virtù di colui che ci ha salvati". Se siamo con Cristo nessuna fame potrà mai comlpirci perchè non verrà mai a mancarci quel sostentamento che nutre pian piano, giorno dopo giorno la nostra anima; anche nei periodi di deserto e aridità..forse proprio in questi istanti si sperimenta la vera forza del suo Cibo, perchè attorno a noi è buio, è il nulla, ma una luce c'è sempre, una fiamma che brucia ed è pronta ad infiammare...è sempre pronto a sfamare le folle con la sua immensa misericordia e ci invita a fare altrettanto divenendo noi stessi suo strumento "voi stessi date loro da mangiare". E non è un caso che le ceste avanzate e portate via siano state 12.. Gli apostoli sono ceste, piene della Sapienza di Colui che li ha mandati!

venerdì 31 luglio 2009

Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?

Matteo 13,54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Non ci può essere miracolo se continuiamo a non andare oltre, non vedere oltre la punta del nostro naso. Non possiamo fermarci a tutto ciò che è tangibile e finito perchè questo è solo una minima parte di tutto il resto che ci aspetta. Il Miracolo più grande è conoscere l'umanità di Cristo ma sperimentare la sua immensa divinità, senza che una escluda l'altra ma entrambe completino quel disegno tanto amato dal Padre: La Croce.

giovedì 30 luglio 2009

Raccolgono i buoni nei canestri e buttano via i cattivi.

Matteo 13,47-53
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Anche noi, come ogni scriba, abbiamo la capacità di estrarre dal nostro tesoro cose nuove e cose antiche perchè in noi dimorano i due aspetti dell'uomo: quello vecchio e quello nuovo. E' vero che siamo mondi dal peccato ma è reale il fatto che ne rimaniamo affascinati e spesso saldamente attaccati. Non c'è via di mezzo o mediazione tra il vecchio e il nuovo gli angeli separeranno e noi siamo chiamati a farlo già da ora. Separare, grazie a quella Spada che è Gesù Cristo, abbattere il muro di inimicizia e far pace, cioè ritrovare in Cristo la forza per non detestare la propria colpa ma ritrovare in essa il trampolino per giungere alla comprensione. Coscienti del fatto di essere "vecchi", peccatori ma in continuo viaggio verso il "nuovo", in cammino verso quella conversione che ci renderà degni di essere chiamati suoi figli.

mercoledì 29 luglio 2009

Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose


Luca 10,38-42

In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.


Non c'è degno servizio senza l'ascolto e la comprensione della Parola. E' come se Marta e Maria completassero l'una nell'altra questa giusta regola. Marta tutta intenta nei servizi quasi si dispiace per la sorella che non l'aiuta e Maria che con il suo atteggiamento di totale abbandono e fiducia da occasione alla sorella di comprendere quale sia la... Visualizza altro "parte migliore" che non verrà mai tolta a chi sa custodirla gelosamente. Per servire Cristo occorre essere ai suoi piedi quindi accettare con gioia quella croce che schiaccerà quello che di noi era per far spazio ad un uomo nuovo, rinnovato nell'umiltà e nell'esercizio della vera carità. Un vero servizio parte dal cuore mentre un atto pratico non sempre è accompagnato da un sentimento, spesso si compiono azioni meccaniche e dovute e l'amore per Cristo non è un obbligo ma una Grande Libertà. "Anche se non ci fosse il cielo, ti amerei ugualmente. Anche se non ci fosse l'inferno, ti temerei. Come ti amo oggi, ti amerò sempre."

lunedì 27 luglio 2009

Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.

Matteo 13,31-35

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:«Aprirò la mia bocca con parabole,proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Le parabole hanno lo scopo di aprire gli occhi alla comprensione a chi riesce a vedere, con speranza, quanlcosa di grande anche in una misera cosa. Il mistero del Padre è questo; con il Figlio lo ha sviluppato in pieno pechè da piccolo e umile quale era nella grotta di Betlemme lo ha innalzato sulla Croce fino a quando "gli uccelli del cielo hanno fatto il nido sui suoi rami". Molto spesso la miseria e la semplicità ci fa paura, ma ancor più paura deve farci l'incapacità di trovare la costante novità in Gesù Cristo. Il dramma non è vivere una vita semplice ma rimanere gelidi dinanzi alla sua Parola, dinanzi al suo invito, titubantii di fronte alla sua chiamata. Il regno dei cieli è simile al seme di senape da curare e far crescere già ora nel nostro cuore. E solo un cuore misero è in grado di far germogliare il regno dei cieli, solo un cuore che muore a se stesso è in grado di percepire e portare a compimento, senza paura, tutto ciò che gli viene chiesto e divenire cosi lievito capace di far lievitare, quindi convertire, i fratelli.

Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.

Matteo 13,31-35

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:«Aprirò la mia bocca con parabole,proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Le parabole hanno lo scopo di aprire gli occhi alla comprensione a chi riesce a vedere, con speranza, quanlcosa di grande anche in una misera cosa. Il mistero del Padre è questo; con il Figlio lo ha sviluppato in pieno pechè da piccolo e umile quale era nella grotta di Betlemme lo ha innalzato sulla Croce fino a quando "gli uccelli del cielo hanno fatto il nido sui suoi rami". Molto spesso la miseria e la semplicità ci fa paura, ma ancor più paura deve farci l'incapacità di trovare la costante novità in Gesù Cristo. Il dramma non è vivere una vita semplice ma rimanere gelidi dinanzi alla sua Parola, dinanzi al suo invito, titubantii di fronte alla sua chiamata. Il regno dei cieli è simile al seme di senape da curare e far crescere già ora nel nostro cuore. E solo un cuore misero è in grado di far germogliare il regno dei cieli, solo un cuore che muore a se stesso è in grado di percepire e portare a compimento, senza paura, tutto ciò che gli viene chiesto e divenire cosi lievito capace di far lievitare, quindi convertire, i fratelli.

giovedì 23 luglio 2009

Voi siete la luce del mondo

Matteo 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.

L'espressione "sopra il lucerniere" sembra far riferimento al piedistallo sul quale molti di noi si ergono come sommi sapienti e onniscienti. C'è, però, da considerare la prima parte del Vangelo di oggi che non giustifica affatto questo nostro atteggiamento, anzi lo condanna totalmente. Chi s’innalza da sè ha sicuramente perso quel sapore indispensabile per essere "sale della terra". Il sapore che viene da Cristo e dalla costante sensazione di non essere mai giunti ma effettivamente bisognosi del suo aiuto. Non siamo in grado di brillare di luce propria perchè la luce che possiamo procurarci nel mondo in cui viviamo è una luce effimera, come quella di un fiammifero, che "a null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini"; per essere degni testimoni dobbiamo lasciar convertire la nostra miseria, e dare totale fiducia a Colui che farà di noi "lucerne" che brilleranno per l'eternità perchè saldamente ancorate alla Forza che mai farà mancare loro il sostentamento, e la vita. Non possiamo uniformarci al volere del mondo, non possiamo perdere il sapore che ci è stato dato il giorno del battesimo, ma al contrario dobbiamo difendere questo tesoro immenso per cercare di sviluppare sempre più questa grande virtù: se lo vogliamo possiamo dare un sapore diverso al mondo in cui viviamo, se lo vogliamo possiamo essere testimoni della vera Luce ed accecare con il nostro esempio i tanti, desiderosi di conoscer Cristo.