sabato 30 maggio 2009

Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti, e la sua testimonianza è vera.

Giovanni 21,20-25
In quel tempo, Pietro, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: “Signore, chi è che ti tradisce?”. Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: “Signore, e lui?”. Gesù rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi”. Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: “Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?”. Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

"Che importa a te? Tu seguimi" Messaggio chiaro e forte, bisogna abbandonarsi totalmente e smettere, finalmente, di pensare e progettare, e cercare a tutti i costi di sapere e conoscere. L'unica conoscenza viene da Lui e non ci è dato di conoscere i tempi e i modi ma semplicemente, nel seguirlo, dobbiamo trovare la gioia, la forza di sperare d'aver concessa la Conoscenza.

venerdì 29 maggio 2009

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle


Giovanni 21,15-19

In quel tempo, quando si fu manifestato ai discepoli ed essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

O Signore apprendere la tua grande e immensa misericordia mi riempie di speranza. Tu che scendi ai miei livelli per non imporre nulla, nemmeno un sentimento affinchè il “vero” che in me sia puro, senza contaminazioni. Oggi nel Vangelo lo fai comprendere a Pietro, lui ne rimane rattristato ma all’istante la tristezza scompare quando lo inviti a seguirti. Non ti occorrono persone speciali ma cerchi la debolezza per tramutarla in grandezza; come hai fatto conoscere a Pietro la sua miseria così testi ciascuno di noi, ponendoci dinanzi tutta la nostra povertà. Il sentirsi inopportuno, incapace, debole se all’inizio può frenare il cammino, dopo diventa una solida base da dove iniziare e un timone da tenere sempre saldo sempre sotto gli occhi: la nostra vera natura! Tu Signore sai tutto, e vuoi che anche noi veniamo a conoscenza di ciò che è custodito dentro il nostro cuore. O Signore forse non ho niente da darti, nessuna capacità, nessuna virtù, ma ti ringrazio per avermi fatto scoprire la perla che custodivo, aiutami a custodirla ed offrirla giorno dopo giorno come sacrificio a te gradito, e difenderla con ogni forza… per non perdere mai la mia Miseria…

giovedì 28 maggio 2009

Siano perfetti nell’unità!


Giovanni 17,20-26
In quel tempo, Gesù, alzati gli occhi al cielo, così pregò: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.

Gesù è l'unica via è l'unico tramite che possa condurci al Padre. Ha condiviso tutto con noi tranne che il peccato ma ci ha resi liberi e redenti dal peccato..proiettati a condividere tutto ciò che è stato preparato per Lui, quindi per Noi, nell'unità.

lunedì 25 maggio 2009

Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!

Giovanni 16,29-33 -
In quel tempo, i discepoli dissero a Gesù: “Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio”. Rispose loro Gesù: “Adesso credete? Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!”.

...e se Gesù non sarà solo, quando verrà lasciato solo, così anche noi non lo saremo, nemmeno nei momenti in cui la convinzione che Dio si sia dileguato è tanta! Lui non ci lascia mai, nemmeno quando siamo noi a lasciarlo perchè è sempre pronto a riaccoglierci con pazienza e misericordia. La corsa deve essere sempre viva, non si arriva mai a comprendere e conoscere e ancora meglio mai si può affermare d'aver portato a compimento tutto! E' quando siamo convinti d'essere arrivati che invece ci si deve preparare a ripartire, affrontando nuove fatiche ma fortificati dalla sua presenza in Noi "Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!".. anche noi vinceremo le nostre battaglie e finalmente giungeremo a gustare quella Pace tanto desiderata..

domenica 24 maggio 2009

Il Signore fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.


Marco 16,15-20
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


Il Signore agisce insieme a noi, è proprio quando sembra allontanarsi che invece è vicinissimo... L'ascensione mi ricorda l'Iter della "Parola di Dio" Is.55,10-11 "così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata".. E il Figlio torna al Padre dopo aver portato frutto e aver compiuto il progetto di salvezza. Così sarà per ciascuno di noi, essendo, noi, "usciti" dalla "bocca" del Padre e dalla sua volontà. Saremo in grado di compiere questo percorso e soprattutto portando a buon fine il compito che ci è stato assegnato?

martedì 19 maggio 2009

Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore

Giovanni 16,5-11
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato”.

Lo Spirito Santo completerà l'Opera del Figlio, che ritornato al Padre donerà la sua presenza costante, il suo aiuto, la sua forza. E' grazie allo Spirito che è in noi molte cose saranno comprese ed altre, comprese da tempo, perderanno il valore avuto. Vivendo nello Spirito e con lo Spirito ci convinceremo ben presto di dover difendere e preservare al meglio la nostra fede per non peccare più e di prepararci al meglio al giudizio finale, perchè con la stessa misura, con la quale abbiamo misurato "il principe di questo mondo" presente nel più piccolo dei nostri fratelli, saremo misurati.
Dove vai? una domanda carica di preoccupazione perchè convinti di rimanere, ora, soli... ma dietro quell'interrogazione deve esserci la curiosità di sapere e la volontà di voler conoscere quel "posto" che Lui per primo ha conosciuto e che ha preparato per noi. Gesù non ci lascia, anche quando noi lo lasciamo...

lunedì 18 maggio 2009

Lo Spirito di verità mi renderà testimonianza.

Giovanni 15,26-16,4
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato”.

"Siete stati con me fin dal principio" e Lui ci manda il consolatore a guidarci fino alla fine del mondo!! E ci mette in guardia su tutto ciò che dovremo patire in nome suo anticipando però la beatitudine eterna che ci conquisteremo credendo in lui e riconoscendo in lui il Padre. Non dobbiamo aver paura alcuna nel testimoniare che Gesù è risorto ed è vivo, ed opera affinchè ciascuno abbia la propria personale "buona occasione" di conoscerlo, amarlo, e vivere il lui.

sabato 16 maggio 2009

Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo

Giovanni 15,18-21
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”.

"ricordatevi della parola che vi ho detto"... siamo con Lui nella buona e nella cattiva sorte. Se il mondo ha odiato Lui odierà anche noi, ma quella fetta di mondo che ha ascoltato Lui ascolterà anche noi. Ed è destinata a crescere se la nostra testimonianza è viva e vera. Non sempre è ben accetto chi naviga controcorrente perchè mostra a tutti la possibilità che abbiamo di dire no a qualsiasi atteggiamento errato. Il mondo invece è in corsa verso il baratro e non intende fermare questa discesa, anzi, ostacola ed oscura quanti lanciano una corda per aiutare a risalire quanti lo vogliono fare. Dobbiamo essere pronti a difendere il Suo nome, per poterlo, poi, pronunciarlo in eterno!!

giovedì 14 maggio 2009

Non vi chiamo più servi, ma amici

Giovanni 15,9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”.

Amarci gli uni gli altri prendendo esempio dal Suo amore? Già sembra troppo il semplice rispettarci figuriamoci l'Amore. Noi, I Cristiani, però, siamo chiamati ad esercitare e vivere questo amore in nome del grande Amore- Privilegio che ci ha dato il Padre con il Figlio: essere suoi amici e conoscere tutto ciò che è stato rivelato al Figlio. Esercitare l'Amore per poter condividere un giorno la gloria eterna del Padre con il Figlio e lo Spirito Santo. Non c'è niente di nascosto che non debba essere rivelato e ci ha scelti ad uno ad uno ponendo fiducia massima sulle nostre capacità e sul frutto che nascerà da noi con il suo aiuto, la sua forza, la sua mano. Aiutaci a non allontanarci mai da te o Signore.

mercoledì 13 maggio 2009

Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto.

Giovanni 15,1-8
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.

"Voi siete già mondi" questa affermazione nasconde un'altra verità... il nostro appartenere alla Vera Vite, il nostro essere tralci (già mondi), quindi potenziali portatori di frutti. Spesso ci nascondiamo dietro la nostra incapacità ed è sbagliato perchè se veramente crediamo in colui che ci ha creati dobbiamo credere nella nostre capacità e nel nostro essre "Tralci fecondi". Un contadino non perde tempo a mondare un tralcio secco ma al contrario si dedica pazientemente a quello che, con le cure dovute, darà frutto.. accogliamo con gioia l'opera che il Padre ha deciso di compiere in noi, impegnandoci a rimanere ben saldi in Lui con la consapevolezza che non possiamo nulla da noi stessi!!

martedì 12 maggio 2009

Vi dò la mia pace

Giovanni 14,27-31
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato”.

Spesse volte ci si ferma a pensare, e la riflessione ci porta magari a discernere la nostra fede per vedere se rimane qualcosa di vero togliendo le abitudini o i gesti fatti, magari, per semplice conseguenza. Se rimane qualcosa è qualcosa di veramente grande: il nostro Amore per Lui, che non può limitarsi e non può avere intermezzi o pause ma una costanza che ci porta davvero a considerarci parte di Lui. Non c'è paura alcuna ne timore che possano allontanarci da lui "Nulla ti turbi, nulla ti spaventi...solo Dio basta" perchè una volta assaporata la sua pace sarà inevitabile viverla e condividerla con il mondo. Solo così il mondo saprà "che noi amiamo il Padre facciamo tutto ciò che il Padre ci ha comandato": Ci amiamo!!

lunedì 11 maggio 2009

Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa

Giovanni 14,21-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Gli disse Giuda, non l’Iscariota: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

E' una grande consolazione sapere per certo che Lui non ci abbandonerà mai e che tramite lo Spirito Santo guiderà ogni nostra azione e ogni nostra giornata...la nostra vita stessa. Basta volerlo ma non basta semplicemente invocarlo con le parole. L'Amore che ci permetterà di gustare i doni dello Spirito Santo è un amore che va vissuto totalmente perchè è solo entrando in sintonia con la SS. Trinità sarà possibile fare della nostra vita la Sua Dimora. O Signore manda il tuo Spirito, ci guidi in questo cammino pieno di ostacoli e prove, per giungere un giorno all'unione d'Amore promessa a ciascuno di noi..

martedì 5 maggio 2009

Io e il Padre siamo una cosa sola

Giovanni 10,22-30
Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io dò loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola”.


Le "sue pecore" lo conoscono e lo seguono perchè hanno creduto ed hanno avuto accesso all'unione che le ha rese un'unica cosa col Padre. Per credere in Cristo, per convertirsi a Lui e per amarlo non occorre chissà quale segno. La "classica chiamata" non presuppone di certo il suono di una voce ma solamente l'ascolto del nostro cuore che riesce, finalmente, a captare la "voce" che risuona costantemente in ogni opera fatta da Lui. Le "mie opere mi danno testimonianza" ma se non siamo sue pecore ci sarà impossibile riconoscerlo, sentirlo; guardandoci attorno, invece, la Sua presenza è sempre viva e se si riesce ad entrare in "sintonia" e quindi sintonizzare il nostro cuore su questa frequenza sarà facile seguirlo, spontaneo, rassicurante: Lui ha cura di noi, di ogni singola pecora: "nessuno può rapirle... perchè siamo una cosa sola"

martedì 28 aprile 2009

Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo

Giovanni 6,30-35 -
In quel tempo, la folla disse a Gesù: “Quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Gesù ci sprona a non fermarci mai dinanzi ai segni e renderli fine a se stessi. Dietro un prodigio c'è sempre un progetto che va oltre la semplice guarigione o la grazia sperata... i padri hanno mangiato la manna dal cielo ed ora i figli si preparano a riceverne di più preziosa, perchè il pane che il Padre ha deciso di donare è un pane che mai perirà, che sazia che estingue ogni sete, che da la propria vita al mondo affinché anche il mondo faccia altrettanto.Riconoscere che Gesù è il Pane disceso dal cielo equivale a riconoscersi in prima persona "pane", dono del Padre ai fratelli... manna che piove dal cielo per sfamare chi ha bisogno d'affetto, chi elemosina aiuto o chi semplicemente cerca una nostra carezza. Non si può estinguere questa fame e sete e non si può gustare in pieno il gusto di questo pane se non si riesce ad essere parte viva di questo progetto...

giovedì 23 aprile 2009

Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa.

Giovanni 3,31-36 -
In quel tempo, Giovanni Battista disse ai suoi discepoli: “Colui che viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Colui che viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui”.

Noi invece, pur venendo dal cielo mediante il Battesimo, rimaniamo ancora ancorati alle cose della terra, e su di esse poniamo tutta la nostra attenzione e concentrazione cosicché le tenebre, man mano s’impadroniscono del nostro cuore. Ovvio che non basta essere battezzati ma occorre costantemente vivere quel battesimo e quell’unzione che ci ha liberati dalle tenebre e dal peccato, ogni giorno spetta a noi chiedere l’aiuto del padre tramite la figura del Figlio per saper discernere al meglio ciò che è luce con ciò che non lo è. Eppure Cristo ci ha lasciato un chiaro esempio di come sia fattibile la via della salvezza; Lui che è disceso dal cielo per portare la sua testimonianza e proferire le parole del Padre non è stato creduto da chi ha scelto di rimanere adagiato a terra, da chi, pur conoscendo la natura della Sua missione, ha scelto di vivere nelle tenebre pur avendo conosciuto la Luce, di vivere nella bassezza rifiutando d’esser innalzato e dimorare “al di sopra di tutti”. Dio è veritiero e colmo di misericordia infinita, se crediamo in Lui dobbiamo necessariamente riconoscere nel Figlio l’unica via d’accesso, l’unica porta dalla quale passare morendo a noi stessi, e quindi alla terra, per rinascere in Cristo, dall’alto.

lunedì 20 aprile 2009

Nessuno può vedere il regno di Dio se non rinasce dall’alto

Giovanni 3,1-8
C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito, è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.
Chi rinasce dall'alto è paragonato al vento, e cosa c'è al mondo che possa equiparare la libertà del vento? Rinascere nello spirito per abbandonare la legge della carne e vivere, finalmente la giusta vita, la vita di chi è figlio di Dio ed entrare in quella dimensione che non ha età, non ha tempo. Solo nascendo da acua e Spirito solo riconoscendo in pieno il valore del nostro BAttesimo sarà possibile rinascere, riconoscerci figli, rinati da quel grembo ed accolti tra le braccia della nostra nuova madre: la Chiesa.

domenica 19 aprile 2009

Otto giorni dopo venne Gesù

Giovanni 20,19-31 -
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

E' bello sapere che siamo "beati" per il solo fatto di credere in Lui! Però mi chiedo cosa significa per noi credere? Si è vero a volte tutto vacilla ed in certi momenti è come se il mondo ci crolli addosso, le speranze e le certezze, la Sua presenza in noi, tutto sembra annebbiarsi. Credere significa riuscire ad andare oltre, essere capaci di proiettarci oltre e scorgere l'Unica grande certezza al di sopra di ogni cosa. Non possiamo basare tutto su fatti e gesti visibili ai soli occhi ma occorre esercitare la percezione del nostro spirito per tentare di "toccare" veramente quei segni dei chiodi e quel fianco squarciato nel vivere secondo la sua volontà. Siamo chiamati ad essere suoi discepoli "come il Padre ha mandato me anche io mando voi" e dobbiamo essere pronti ad uniformarci a Lui in tutto, non possiamo scindere a priori le sofferenze con le grazie perchè entrambe concorrono al raggiungimento della nostra beatitudine eterna. Che la misericordia di Dio ci aiuti ad essere credenti, ci doni una fede sempre viva...

mercoledì 15 aprile 2009

Riconobbero Gesù nello spezzare il pane

Luca 24,13-35
Nello stesso primo giorno della settimana, due discepoli di Gesù erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Èmmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolc! ro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Ed egli disse loro: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

"Si aprirono loro gli occhi" ed i nostri sono sempre impegnati altrove, nel tentare di scovare Gesù non riusciamo a vederlo dove Lui effettivamente è! In noi, nei fratelli, nei gesti che quotidianamente compiamo e che, in quanto salvati e redenti, devono uniformarsi a Lui. Lo riconobbero nello spezzare il pane, ed è questo il Gesto che deve farci vedere Cristo in chiunque spezza il proprio pane, la propria vita, per condividerla con i fratelli.

martedì 14 aprile 2009

Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose

Giovanni 20,11-18
In quel tempo, Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.

Maria di Magdala è convinta d'aver perso il suo Signore, e piange perchè non trova Gesù la dove è stato deposto. Eppure lei ha saputo ricavare nel suo intimo una nicchia di prestigio dove far dimorare il suo maestro, ma dinanzi alla prova atroce della Croce rimane confusa, rattristata. Il sepolcro vuoto non può essere sinonimo di tristezza ma deve indicare per forza rinascita e risurrezione. E' cosi anche il nostro cuore deve prima essere svuotato per lasciare spazio a colui che vi dimorerà in eterno e non per riposarvi ma per viverci! "Donna, perchè piangi" cerca in Te il Tuo Signore e lo troverai risorto, e vivo nell'annunciarlo ai fratelli. Non trattenere per te l'esperienza sublime di questo incontro ma "va dai miei fratelli" e annuncia che Gesù è presso il Padre, che ora, grazie alla Croce, è Padre suo e Padre nostro. Non credo possa esistere una consolazione più grande, Gesù ci ha tanto amati da prometterci di rimanere con noi fino alla fine; nel vuoto che spesso viviamo ci sia la base per abbandonarsi totalmente alle sue braccia

martedì 7 aprile 2009

Grazie Madre


Pensando e rivivendo la passione di Nostro Signore forse ci limitiamo a scorgere le sofferenze e l’agonia prettamente fisiche senza riuscire ad andare oltre quelle atroci piaghe e quelle tante lacrime. Forse è giusto così o forse è lecito data la nostra natura e il limite che ci sta in essa. La vera passione, credo, sia stata quella vissuta nello spirito, da Gesù e da colei che non si è mai allontanata dalla Croce: Maria.
Nel rivivere, con gesti e tradizioni, questi momenti ci sforziamo in tutti i modi di fare nostri questi attimi racchiudendo il tutto in soli tre giorni. È lecito e giusto abbandonarsi a queste usanze, il Triduo Santo è la celebrazione centrale dell’anno liturgico, ma occorre seriamente rivalutare ogni attimo delle nostre giornate per ammirare e vivere al meglio le tante “pasque” che celebriamo inconsciamente. Non si può accettare la risurrezione di Cristo se poi a prima occasione lo facciamo morire nei nostri egoismi. La speranza della risurrezione e la certezza della rinascita devono spingerci a non perdere mai la via ed a seguirla per conseguire e condividere quel traguardo preparato per ognuno di noi. Maria non ha perso mai questa forza ed ha sperato continuamente anche dinanzi al sangue del proprio figlio, nemmeno il dolore ha spezzato quel legame che, dall’Annunciazione, ha stretto con Dio Padre. il suo Si è durato con la sua presenza accanto al figlio e ancora dura perché Lei con lo Spirito Santo ci accompagnano custodentoci. Maria è un ottimo esempio, lei la serva per eccellenza, riesce a servire fino alla fine la volontà di chi l’ha scelta, lei che celebra costantemente la pasqua riuscendo a divenire sacrificio, sopportando il dolore più grande al mondo, vedere morire il figlio; e le lacrime e lo strazio non hanno annebbiato la sua vista ma al contrario le hanno dato la visione del regno sperato. Solo in questa prospettiva è stato possibile riuscire a sopportare in silenzio questa enorme pena e lasciare che la lancia trapassasse la sua anima. È stata fedele al Padre e nel Figlio ha saputo riconoscere il Padre stesso, in lei tutto era prestabilito, la conoscenza, la sapienza e la consapevolezza di sedere, un giorno, accanto all’amato Figlio. Ha saputo resistere al terrore della lapidazione, alla sofferenza della salita al calvario, al tormento della croce vivendo nello spirito tutto ciò che il Figlio viveva nella carne. Grazie Maria perché hai saputo attendere con umiltà la risurrezione di Cristo, grazie perché, come non hai lasciato solo Gesù, così non lascerai soli noi nel momento della tribolazione. Troveremo sempre in te la Madre capace di comprendere in pieno i bisogni, le angosce, di noi figli nella prova. Grazie Maria perché ci aiuti a conoscere Cristo e, consolati dalla tua presenza, ogni nostra sofferenza sarà più leggera perché ai piedi della nostra Croce ci sarai sempre a piangere, sperare e pregare per ciascuno dei tuoi figli.

lunedì 6 aprile 2009

Lasciatela fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura

Giovanni 12,1-11

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Quale onore ha avuto Maria e quale fortuna! Ha compreso chi era Gesù e cosa occorreva dare a Gesù, senza risparmio alcuno e senza il pensiero di poter investire altrove quella ricchezza. La nostra vita è una ricchezza, e la nostra vita non può allontanarsi da colui che ce l'ha consegnata, ma con consapevolezza occorre affidarla, giorno dopo giorno, nelle sue mani. Non ci sono sconti, una vita senza Cristo non è vita! In molti pensiamo, a volte, di sprecare tempo, forze, la nostra offerta, invece, deve essere costante, pura e priva di dubbi o incertezze, sempre proiettata nell'unica grande certezza. Approfittiamo del periodo che lui ci concederà e della sua presenza " ma non sempre avete me" per aprire tutto il nostro cuore a questa esperienza che ci porterà senza indugi a seguirlo ed amarlo per l'eternità.

venerdì 3 aprile 2009

Cercavano di prendere Gesù, ma egli sfuggì dalle loro mani

Giovanni 10,31-42
In quel tempo, i Giudei portarono pietre per lapidare Gesù. Egli disse loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”. Rispose loro Gesù: “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei? Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre”. Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da lui e dicevano: “Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero”. E in quel luogo molti credettero in lui.
Gesù non sa più come aprire gli occhi e addolcire i cuori di costoro, che non riescono ad andare oltre la fisicità e riconoscere il Lui il figlio di Dio, il Salvatore. Li invita a prendere in considerazione le Opere e comprendere in definitiva che tutto viene dal Padre e non da lui stesso. E noi non siamo parecchio distanti dai Giudei, pur avendo "assistito" alla gloria della Croce continuiamo a lapidarlo ogni giorno, quando decidiamo di non aderire all'amore da Lui proclamato. Chiediamo al Signore di aprire il nostro cuore e di convertire ogni suo battito affinchè non si viva più per nessun altro scopo che non sia quello di amare.

mercoledì 1 aprile 2009

Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero

Giovanni 8,31-42
In quel tempo, Gesù disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?”. Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!”. Gli risposero: “Il nostro padre è Abramo”. Rispose Gesù: “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro”. Gli risposero: “Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!”. Disse loro Gesù: “Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato”.
Anche noi ci definiamo “liberi” ma lo siamo realmente? No! Non lo siamo perché al contrario siamo prigionieri sia del peccato che di tutto ciò che ci rinchiude nel nostro egoismo e vanagloria. Quindi non possiamo ammettere d’aver conosciuto e riconosciuto Cristo ma di crederci cristiani quando in realtà non lo siamo. La nostra fede sembra a tratti imposta o ereditata “dai nostri padri” e non facciamo il benché minimo sforzo per coltivarla. Eppure basterebbe poco, un minimo slancio che comporta, però, un totale ed assoluto cambiamento di vita: la conversione, riconoscere nella Croce e in Colui che è stato crocifisso l’unica via, verità e vita. Non ci sono scorciatoie ne vie preferenziali, è Lui il nostro tramite, è Lui che ha riscattato la nostra libertà e ci ha resi salvi e Figli. Ha rotto tutti gli schemi per tradurre alla nostra portata l’immensa misericordia del Padre. Cosa attendiamo ancora? Un segno? Qualcosa di eclatante? Conosciamo bene la croce e, seppur “vecchia” di 2000anni, è sempre viva e il suo mistero si rinnova di giorno in giorno, perché costantemente siamo chiamati a convertire ogni gesto, ogni parola, e vincere il peccato in nome di Colui che lo ha sconfitto a prezzo del suo sangue. Non possiamo continuare a piantare chiodi su questo legno ed ad inchiodare la nostra esistenza al peccato: siamo liberi, figli di Dio, non più schiavi ma eredi, destinati a dimorare, in eterno, nella sua casa.

martedì 31 marzo 2009

Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono

Giovanni 8,21-30
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire”. Dicevano allora i Giudei: “Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?”. E diceva loro: “Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati”. Gli dissero allora: “Tu chi sei?”. Gesù disse loro: “Proprio ciò che vi dico. Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui”. Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite”. A queste sue parole, molti credettero in lui.
"se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati"... sembra non dare scampo Gesù, ma in fondo ha ragione ad usare tanta durezza. La cecità e l'ostinazione a voler proseguire nonostante l'Incontro lo portano a fare riferimento all'ultima "arma" che farà cambiare idea ai tanti che non credono. "Quando avrete innalzato... allora saprete che Io Sono" ed occorre davvero aspettare la croce per comprendere e capire che abbiamo crocifisso il nostro Salvatore. Il mio pensiero corre al ladrone, perchè alla durezza del brano di oggi, la sua esperienza, al contrario, ci mette dinanzi l'immensa misericordia di Dio che l'accoglie all'istante nella sua casa.. "Dove vado io voi non potete venire" perchè lasciate ancora i vostri cuori ancorati alla materialità e all'egoismo, ma se sarete disposti a convertire la vostra vita e i vostri cuori stessi vi dico "che da oggi sarete con me in Paradiso". Come si fa a resistere a tanto Amore?

domenica 29 marzo 2009

Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto


Giovanni 12,20-33
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire
Avevamo sentito raccontare, da Gesù, in un'altra parabola, di come il chicco di grano muta il suo evolversi a seconda del terreno sul quale viene gettato. Questo chicco doveva sopravvivere, ai rovi, alle pietre, al vento e quindi crescere per germogliare. Oggi invece si parla di morte, come condizione essenziale per poter, poi, portare frutto. Un controsenso quasi, o almeno è quello che ho provato leggendo frettolosamente. Rileggendo, però, ho capito a quale morte si faccia riferimento: in chicco se rimane tale non porta frutto, deve morire, mutare la sua natura e da chicco divenire germoglio, frutto. Odiare la propria vita nel senso di essere disposti a mutarla, a modificare la nostra condotta e seguire Cristo. Ed è difficile staccarsi dall'amore morboso che ci lega ad essa; possederla ci da il diritto di governarla dimenticando che non di possesso si tratta ma di custodia, e siamo chiamati ogni giorno a morire coraggiosamente per vivere nella gloria. Il turbamento è tanto, anche Gesù lo prova, ma proprio questo turbamento che ci spinge sempre più a rifugiarsi nelle braccia del Padre, anche quando diciamo "salvami da quest'ora" siamo vicini al Padre perchè riconosciamo che è un'ora non voluta da noi, non pensata dalla nostra mente, non desiderata ma pienamente accettata per Sua volontà. E' consolante sapere che il turbamento non ci allontanerà, così come la prova, la tribolazione, e il peccato, anzi in virtù di queste esperienze e del saperle individuare e vincerle un giorno saremo accanto a Colui che abbiamo servito senza paura alcuna: "e dove sono io, là sarà anche il mio servitore".

sabato 28 marzo 2009

Le Prigioni

Che grande prigione è la nostra vita! Come sbarre le sue giornate ci legano al meccanico svolgersi di situazioni e di eventi incatenando totalmente la nostra libertà, la capacità di volare. Povera anima soffocata, povera anima intrappolata, povera anima disperata che in lacrime elemosina un pò d'aria, un momento per riflettere, pensare, amare! Ci sono prigioni ben più terrificanti di quelle che ben conosciamo perchè sono a noi sconosciute pur vivendoci dentro... riuscirò mai a liberarmi? riuscirò mai a pagare questa cauzione e librare sereno nel cielo dei miei pensieri? Se la libertà, voluta, è davvero desiderata prima o poi arriverà, perchè se la speranza non si spegne nemmeno dietro le gelide porte di un carcere è una speranza infiammata d'Amore inenstinguibile, quell'amore che fonderà ogni lega ed ogni legame e ci renderà veramente Liberi.

venerdì 27 marzo 2009

Inno alla Carità

1Corinzi 13,1-13
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!
La nostra conoscenza è imperfetta così come la nostra capacità di profetare ed immaginare; sono destinate a perire all’incontro della Perfezione perché non hanno nessun legame con essa, così come dovrà perire il nostro corpo, che pur essendo stato creato dalla Perfezione, non è perfezione ma “somigliante” e può aspirare alla perfezione.
Se dovrà esserci questo incontro, questa unione, significa che già da ora possediamo quel pezzo da incastonare, essendo noi stessi questo pezzo? Si che lo possediamo, e abbiamo la condizione per esserlo anche se preferiamo vivere nell’imperfezione della materialità e della fisicità, vissuti solo come ostacolo e mai come mezzo. In noi è presente la Perfezione ma non la vediamo perché ne abbiamo una concezione e un immagine che non va oltre i nostri sensi. La Perfezione che è in noi si chiama Carità, una virtù che si compiace della Verità perché nella carità dimora la verità e non avrà mai fine, neanche “quando verrà ciò che è perfetto” perché sarà, proprio questo incontro, il momento della gloria in eterno.
È difficile comprenderla e viverla, non tutti siamo in grado di “vivere la carità” non tutti abbiamo il dono di saper riuscire a sondare il nostro intimo, di spogliarlo e di renderlo a Colui che tutto può, alla Fonte di ogni carità e sapienza. È estremamente difficile essere pazienti, benigni, non invidiosi, vanagloriosi, egoisti, ed indifferenti dinanzi al male ricevuto quando invece tutto ciò che ci sta intorno e il nostro rapportarci con i fratelli suscitano, in noi, reazioni opposte. Ma dal suscitare al provocare ci sta di mezzo il nostro essere, il nostro cuore e il nostro modo di vedere la Verità, di riconoscerla, e di compiacersi nella sua totale pienezza. Ecco perché la carità tutto copre, tutto spera, tutto crede e tutto sopporta, perché è intimamente generata dal “Tutto” ed attende di unirsi indissolubilmente al nostro niente e dare vita alla perfezione d’amore voluta dal Padre e attuata dal Figlio inchiodato alla croce.
Con la carità noi amiamo e quindi crediamo, e con la carità alimentiamo costantemente la speranza di giungere a destinazione: coronare questo Amore in eterno.

Cercavano di arrestare Gesù, ma non era ancora venuta la sua ora

Giovanni 7,1-2.10.25-30
In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne. Andati i suoi fratelli alla festa, vi andò anche lui; non apertamente però, di nascosto. Alcuni di Gerusalemme dicevano: “Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia”. Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato”. Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora.
Leggendo il passo della Sapienza ho compreso meglio l’odio e il rancore che i Giudei provano per Gesù. Loro vedono Cristo dal solo lato fisico e si preoccupano di identificarlo e di dargli una provenienza non riuscendo a ricavare, dalle sue parole e dai suoi gesti nient’altro che “una condanna” senza riuscire ad andare oltre e scorgere, dietro la morte dell’uomo vecchio, la grande e vera rinascita. Chi di noi non prova invidia verso qualcuno che è migliore di noi, ed invece di provare ammirazione e di provare ad avvicinarsi alla sua condotta ed alla sua strada, la rabbia esplode in noi, perché quest’esempio ci mette nudi dinanzi alle nostre “immondezze” e facciamo di tutto pur di smontare la questa perfezione, di trovare un neo in tanta armonia; ma ciò che rende saggi, puri, e veri non potrà mai essere colpito perché nella grazia d’esser giusti c’è la consapevolezza e la certezza d’esser figli di Dio “il giusto è figlio di Dio” e di essere un nulla se privati dell’unione col Padre “io non sono venuto da me”. La paura e il timore di non riuscire non hanno, quindi, modo di esistere perché sappiamo già da ora che Lui ci assisterà e ci accompagnerà soprattutto nelle angosce e nelle tribolazioni sopportate in nome Suo; non possiamo farci abbattere ne frenare, la corsa deve essere sostenuta con passi certi e saldi, sicuri in quell’Amore che ci da la forza di essere,di volere e di potere “tutto posso in Colui che mi da forza”.

martedì 24 marzo 2009

Sull’istante quell’uomo guarì

Giovanni 5,1-3.5-16

Era un giorno di festa per i Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Vi è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzata, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo disteso e sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: “Vuoi guarire?”. Gli rispose il malato: “Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me”. Gesù gli disse: “Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo guarito: “È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio”. Ma egli rispose loro: “Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina”. Gli chiesero allora: “Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?”. Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: “Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio”. Quell’uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

“….perché non ti abbia ad accadere di peggio” perché è differente la sorte di chi vive totalmente lontano da Dio e chi, invece, decide di stare lontano dopo averlo incontrato. “Pur vedendo la luce hanno preferito le tenebre” ed è nelle tenebre che troveranno dimora quando la loro vita terrena sarà giunta alla fine. In questo passo del Vangelo mi piace assaporare la Speranza che viene trattata quasi in modo velato. E la speranza del paralitico trentottenne che, forse ormai privo di ogni speranza, viene sanato all’improvviso da un “guaritore” che, per lui, trasgredisce ogni regola anche quella del sabato. Ed è questa la speranza che ci deve spingere a non abbandonare mai la nostra causa e certezza di poter essere guariti e visitati. Gesù passa costantemente per le strade della nostra vita, siamo noi che accasciati sui dolori e le ansie non riusciamo a scorgerlo. Fermiamoci un po’, alziamo la testa e spalanchiamo gli occhi dinanzi a tanto Amore e Misericordia. Anche quando siamo giunti proprio in basso e sembra che nessuno mai potrà darci una mano per raggiungere “la piscina”, la guarigione, è soprattutto in questi momenti che dobbiamo rivolgere il nostro sguardo a Colui che tutto può perchè più di ogni altro essere è caduto in basso per essere poi innalzato al di sopra di ogni creatura. Consideriamo la sofferenza un privilegio ed anche quando saremo guariti non dimentichiamoci mai di essa ma anzi portiamo costantemente il suo ricordo “porta con te il tuo lettuccio” affinchè dalla consapevolezza d’esser stati salvati troviamo la forza necessaria per non ritornare più sui nostri passi “non peccare più” e gustare in pieno la guarigione ed i suoi frutti.

lunedì 23 marzo 2009

Va’, tuo figlio vive

Giovanni 4,43-54

In quel tempo, Gesù partì dalla Samaria per andare in Galilea. Ma egli stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria. Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. Gesù gli disse: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Ma il funzionario del re insistette: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”. Gesù gli risponde: “Va’, tuo figlio vive”. Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: “Tuo figlio vive!”. S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: “Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato”. Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù! ; gli aveva detto: “Tuo figlio vive”, e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

Il nostro cuore non resiste più quando sente che Cristo è disposto a Scendere per servire la nostra causa, la nostra sofferenza. Siamo convinti che Lui sia distante da noi e dai nostri problemi ma quando ci da testimonianza vera che ci è sempre a fianco costantemente, non resistiamo più e il nostro amore si fa intenso e si stringe in un legame indissolubile. "Credette lui con tutta la famiglia" spesso è vero che occorre un segno forte perchè siamo impossibilitati nel vedere oltre la punta del nostro naso, non vogliamo sforzarci preferendo tenere chiusi gli occhi della nostra anima. Chiediamo a Gesù di aprire questi nostri occhi e di divenire certezza nella nostra vita.

domenica 22 marzo 2009

Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui

Giovanni 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

E' come se avvicinandosi sempre più all'esperienza di Cristo tutto ciò che di noi è stato tenuto all'oscuro pian piano viene a galla perchè nel confrontarsi con l'immensa misericordia del Padre non si può più continuare ad essere "uomini vecchi"... "E' ora di svegliarci dal sonno e di buttare via le opere delle tenebre" e quest'ora è stata segnata dalla Croce dal momento in cui il figlio di Dio ha sconfitto la morte ed il peccato e ci ha aperto il varco per giungere alla gloria eterna. Non ci sono scorciatoie ne vie preferenziali "nessuno arriva al Padre se non tramite il Figlio" perchè nell'incarnazione del figlio ci sta la testimonianza vera e viva che non è impossibile seguire la volontà di Dio e vivere secondo la sua grazia; non possiamo continuare a nasconderci dietro la presunta debolezza umana ma occorre rivalutare questa debolezza e convertirla in potenziale forza. Non abbiamo paura di andare verso la luce anche se fino a questo momento siamo vissuti nelle tenebre più cupe, Dio ha misericordia e gioisce anche per una singola pecorella che ritorna dal pastore, che ritorna alla luce. Siamo stati battezzati sotto questa luce e allora perchè non dobbiamo vivere seguendo i suoi riflessi?

sabato 21 marzo 2009

Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo

Luca 18,9-14 -
In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

Io credo che il fatto stesso di ritenerci giusti sia sintomo di non esserlo! Perchè non abbiamo la facoltà per deciderlo ne il metro giusto per valutarlo. E' un errore valutare la nostra condotta equiparandola a quella degli altri fratelli perchè a ciascuno di noi è stato dato diversamente e diversamente siamo chiamati a restituire. Il pubblicano parte da una posizione più alta rispetto al fariseo: la consapevolezza di ciò che si è. Ed è estremamente difficile riuscire a spogliarsi di tutto ed accettare la miseria della nostra natura. Non bastano digiuni e penitenze se non pratichiamo l'unica grande opera, quella che va compiuta quotidianamente ed intimamente nel cuore: "O Dio, abbi pietà di me peccatore"...."uno spirito contrito è sacrificio a Dio... allora gradirai i sacrifici prescritti, gli olocausti..." l'esteriorità viene sempre dopo e deve avere come base un'interiorità; fermiamoci ed almeno in quaresima iniziamo a difendere, coltivare e preservare il nostro intimo come arma da sfruttare per unirci a Lui.

venerdì 20 marzo 2009

Quando sono debole, allora sono forte

Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.
(2Cor 12,9-10)

Nella comprensione della nostra debolezza c'è la conoscenza e l'accettazione della perfezione di Dio. Queste due nature apparentemente distanti sono segretamente vicine, legate, perchè così è stato deciso dal Padre stesso e nel loro intimo rapporto c'è un continuo scambio e un costante riciclo: la debolezza convertita in sapienza e misericordia. Si dice che la perfezione non si addice a noi umani ma soltanto a Dio ma non possiamo dimenticare che Lui stesso ha deciso di condividere la sua perfezione, la sua divinità, e di mettere in condizione, chiunque lo voglia, di aderire alla sua Verità, quasi come una fusione "non sono più io che vico ma Cristo che vive in me". Se consideriamo tutto ciò ogni nostra scusante non ha motivo d'esistere perchè nulla potrà mai ostacolare questa unione, solo la nostra volontà molto spesso animata dall'egoismo che ci porta a ricercare in ogni occasione e circostanza ciò che fa comodo. E così all'unione con Dio preferiamo nettamente la sostituzione con Dio ergendo il nostro Io come grande divinità da contemplare e glorificare. La debolezza fa largo all'arroganza che s'impone con la sua forza e la sua sete di sopraffazione quando invece si dovrebbe custodire gelosamente quella debolezza che sarà una solida base sulla quale costruire una nuova vita, un nuovo otre da riempire con la forza di Dio "quando sono debole, allora sono forte".

mercoledì 18 marzo 2009

Chi osserverà e insegnerà i precetti sarà considerato grande nel regno dei cieli

Matteo 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.

“Non sono venuto per abolire ma per dare compimento”, è chiara, in questa frase, la direzione e lo scopo stesso della missione di Gesù. Lui, l’innovatore per eccellenza, viene in mezzo agli uomini per movimentare la loro vita, per scuotere la loro coscienza e per dare una nuova dimensione al modo di rapportarsi con Dio. Non abolisce i precetti esistenti ne aggiunge ad essi altri ma semplicemente è venuto a dare un’impronta umana a tutte quelle leggi praticate meccanicamente e senza il minimo coinvolgimento del cuore: non occorre adempiere le regole alla lettera ma è indispensabile viverle costantemente non più con freddezza ma con la consapevolezza d’essere figli di quel Dio che da padrone diventa Padre, e da Padre è pronto a servire noi suoi figli con Gesù Cristo. Allora mi chiedo perché tanta paura? Perché questo timore ad accogliere Cristo nella nostra vita? Perché tutta questa ostilità verso la sua Parola e verso la sua volontà? Lo dice chiaramente che non irrompe sulle nostre esistenze per abolirle ma per portarle a compimento! Noi non ci domandiamo mai in che modo viviamo o che meta ci siamo preposti nella nostra vita perché l’importante è vivere, magari alla giornata, senza tante preoccupazioni ne illusioni, spegnendo definitivamente quella Speranza che ci dovrebbe proiettare in un vita diversa da quella che conduciamo all’interno dei nostri miseri corpi. Il compimento inteso da Gesù è la vita eterna, perché completare la legge significa spalancarci le porte e indicarci la via per accedervi, e Cristo stesso ci insegna che senza la croce è impossibile varcare la soglia della gloria senza fine. Occorre abbandonarsi “come bimbo svezzato in braccio a sua madre” nella mani del Padre che tramite il Figlio opera in noi il compimento che ha in serbo per noi. Anche quando la vita frenetica ci soffoca e sembra far perire ogni speranza, non deve mai spegnersi quella fiamma che arde, ed anzi, occorre alimentarla costantemente con l’ossigeno puro della preghiera affinchè l’incendio possa distruggere le sterpaglie e dare spazio ai germogli tanto attesi.

martedì 17 marzo 2009

Se non perdonerete di cuore al vostro fratello, il Padre non vi perdonerà

Matteo 18,21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

“Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”, la pazienza e la misericordia sono sempre e solo richieste e mai, o raramente, prendono la direzione opposta perché siamo bravi a pretendere e non a dare. La parabola di oggi mi ricorda una bella regola “con la misura con la quale misurate sarete misurati” però mi piace trasformare l’ordine di queste parole e quindi il senso stesso della frase “con la misura con la quale siete misurati voi misurate” e parlo di rapporto tra fratelli e quindi del nostro limite di rispondere ad un sentimento con il medesimo sentimento, mai uno slancio più alto mai un’iniziativa diversa, mai un’opera di mortificazione che permettesse di convertire, magari, il male in bene. Avere misericordia di un fratello è difficile e come il servo, perdonato dal padrone, ci dimentichiamo di ciò che siamo noi e puntiamo il dito verso chi sbaglia e magari commette i nostri stessi sbagli. Riconoscerci tutti nella stessa situazione, tutti servi, tutti figli, tutti peccatori, deve essere la base per iniziare un lavoro di ridimensionamento per costruire un corretto modo di rapportarci e per riconoscere nel rapporto d’amore che il Padre ha con ciascuno di noi, lo stesso rapporto che ognuno di noi deve avere con il proprio fratello. “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” la misericordia di Dio, se si riesce a gustarla la si deve, per forza, rimettere in circolo, solo così si diventa parte viva del progetto di salvezza, tralci fecondi della stessa vite ed avere la certezza che i nostri talenti non saranno sprecati ma restituiti con il giusto frutto.

venerdì 13 marzo 2009

Avranno rispetto di mio figlio!

Matteo 21,33-43.45

In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?”. Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: ‘‘La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri’’? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta.

Questa parabola assomiglia tanto a quella dei “talenti” perché narra di un padrone che lascia in custodia un bene per vederlo poi fruttificare e quindi raccoglierne i frutti. Le similitudini sono chiare anche se in una si parla di denari e in questa di una vigna è facile identificare, in questi beni materiali, la nostra stessa vita. La vita è un dono e non ci appartiene, ci è stata consegnata non per farne ciò che vogliamo ma per riconsegnarla, al momento opportuno, con il dovuto frutto, che il padrone reclamerà al momento della raccolta. E questo ci sfugge o almeno preferiamo nascondere questa evidenza e fare della vigna qualsiasi altra cosa tranne che farla fruttare per la gloria del padrone. Eppure è stato Lui ad affidarci questa responsabilità, quindi in cuor suo conosce le nostre possibilità e capacità, si fida di noi e sa bene che non cacceremo i suoi servi quando verranno a ritirare il raccolto… ma noi, essendo uomini, non facilmente riusciamo a staccarci dall’egoismo terreno ed ai suoi servi, ed ai fratelli che domandano aiuto, rispondiamo in modo errato “bastonandoli, uccidendoli, lapidandoli”. Il problema sta alla base e sarà difficile da risolvere perché la certezza d’essere gli unici detentori della verità e quindi di ogni potere su noi stessi non è facile da demolire, perché bisognerebbe dar spazio alla voce del Padrone, alla sua volontà, quindi ammettere che questo padrone vuole il meglio per noi; ci ha mandato persino il proprio figlio e noi che abbiamo fatto? “uccidiamolo e abbiamo noi l’eredità” non abbiamo compreso! Il figlio era venuto in mezzo a noi per condividere l’eredità stessa, per far conoscere la via da seguire e gustarla in eterno; non era venuto per impossessarsene perché lui stesso proviene da quella eredità! “L’amore non è amato” e se non crediamo all’amore del Padrone non riusciremo mai a rispondere con amore all’invito che ci fa quotidianamente. Se siamo nati significa che siamo stati reputati degni di tale dono e se ancora viviamo i nostri frutti sono visibili e graditi a Lui.

mercoledì 11 marzo 2009

Lo condanneranno a morte

Matteo 20,17-28

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i Dodici e lungo la via disse loro: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà”. Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: “Che cosa vuoi?”. Gli rispose: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”. Rispose Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”. Gli dicono: “Lo possiamo”. Ed egli soggiunse: “Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio”. Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; ma Gesù, chiamatili a sé, disse: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.

Risaltano in questo brano due verbi che, da noi, vengono affiancati per formare un modo di dire "volere è potere" che mette al centro di tutto la nostra volontà, la nostra forza, il nostro potere al di sopra di ogni altro potere. Non tutto , però, ci è possibile per il solo fatto che siamo uomini e che mai possiamo credere di equipararci a Dio o sostituirlo. Gesù chiede alla madre di Giacomo e di Giovanni cosa voglia perchè sa che nulla è impossibile a Dio e sa che qualsiasi cosa verrà chiesta in suo nome il Padre la concederà, ma ciò che domanda la madre è difficile saperlo perchè è come se volesse già conoscere il destino eterno dei suoi figli senza badare a ciò che sono e saranno i suoi figli nella vita terrena. "Non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio" a Cristo è stato dato il compito di tracciare la via e di illuminare quanti hanno in cuore il desiderio di percorrerla ma non ha il potere di decidere a priori perchè il Padre ha lasciato a noi stessi il libero arbitrio per scegliere quello che sarà di noi. "Il mio calice lo berrete" perchè il calice e la volontà del Padre è il passo iniziale da compiere per proseguire verso la gloria, se non si accetta è impossibile unirsi a Lui, se si preferisce far passare questo calice diventa un'illusione occupare quel posto tanto ambito e sperato dalla moglie di Zebedeo. Seguiamo Cristo se vogliamo trovarci, poi, al suo cospetto; incamminiamoci per la via da lui tracciata divenendo servi e schiavi, umili e semplici, pronti a dare la vita per i fratelli.

martedì 10 marzo 2009

Dicono e non fanno

Matteo 23,1-12
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘‘rabbì’’ dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare ‘‘rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘‘padre’’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘‘maestri’’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.


“Il più grande di voi sia vostro servo”- E’ davvero difficile servire e soprattutto farlo per compiacere i fratelli e mai noi stessi. Dietro ogni nostro gesto si cela quasi sempre il bisogno di sentirsi realizzati o per essere ammirati “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini” , quello che facciamo, invece, dobbiamo farlo per essere ammirati soltanto dal Padre, nemmeno da noi stessi ed è davvero dura riuscire a trasformare l’esperienza del servire in un' abitudine, in uno stile di vita. Spesso alla nostra opera viene accompagnato all’istante un contraccambio, demolendo così lo spirito che ha mosso le nostre mani, facendo perire l’essenza del nostro tendere, del nostro dare aiuto. Nel servire si deve ricercare solo il benessere del prossimo e in noi dovrebbe rimanere solo la consapevolezza dell’aver fatto qualcosa di semplice e di normale perché la nostra missione è quella di abbassarci per poi essere innalzati al momento opportuno. Personalmente, nel fare il bene, mi frena solo un elemento: la paura e il timore che il mio stesso bene non venga capito o addirittura mal interpretato; continuo comunque ad esercitarlo anche se in tanti si chiedono il perché o cercano di afferrare il tornaconto che potrebbe celarsi. Davvero è così difficile servire? “La carità non cerca il suo interesse” ed io non voglio posti d’onore nei conviti, ne primi seggi nelle sinagoghe e posso fare a meno dei saluti nelle piazze, mi basterebbe sapere che quel che faccio è cosa giusta e gradita.

lunedì 9 marzo 2009

Perdonate e vi sarà perdonato

Luca 6,36-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.
“Abbiamo peccato”, in Daniele c’è la consapevolezza dell’aver peccato e quindi il riconoscimento della colpa e la richiesta del perdono. Crede fermamente nella misericordia di Dio che opera su chiunque si rivolga a Lui con pentimento e dolore dei peccati. L’abbiamo sentito qualche giorno fa “il Signore fa spuntare il sole sui giusti e sugli ingiusti ma ama chi ha timore di Lui”, ed aver timore significa in primis riconoscere la sua immensa misericordia e il suo grande amore. Questa consapevolezza, però, non sia un comodo cuscino di piume su cui assopirsi ma un costante mettersi in gioco e alla prova perché siamo chiamati ad operare con la stessa misericordia, nel servire, nel perdonare, nel non giudicare, nel non condannare; e sono pratiche quasi inesistenti nella nostra quotidianità anzi spesso ci culliamo del fatto che “saper perdonare è divino”; una consolazione , che come tante altre, ha lo scopo di autogiustificare il nostro operato e ritornare nel sonno dell’anima che prima o poi si muterà in eterno letargo e poi in morte. La nostra anima ha bisogno d’essere allenata, ha bisogno di esercizio costante, la nostra anima non può e non deve atrofizzarsi, al contrario deve esser pronta per il grande momento, quando dovrà ricevere quella “misura traboccante”, e se riusciamo a svuotarla da tutte le sozzure e dalle false ricchezze significa che siamo stati in grado di morire a noi stessi, di mettere da parte rancori ed orgogli e quindi di esercitare quella misericordia che verrà contraccambiata con la gloria eterna.

sabato 7 marzo 2009

Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori

Matteo 5,43-48
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Ancora una volta Gesù sottolinea l'essenzialità della sua missione: è venuto a completare a perfezionare una legge magari interpretata male o col tempo modellata a propria immagine... e Gesù piomba sulle nostre vite con questo scopo, vuole perfezionare la nostra condotta, vuole completare la nostra visione della vita, vuole che anche noi diventiamo perfetti nell'amore. Sappiamo bene, però, che è già difficile riuscire ad amare gli amici senza dover passare per tornacontisti perchè stiamo perdendo di vista il significato di amare incondizionatamente. Per questo Gesù ci invita ad esercitarci nell'amare i nemici perchè i nemici non penseranno mai che nel nostro amore ci sia chissà quale oscuro scopo, al contrario rimarranno disarmati dinanzi a questo comportamento. Si corre il rischio di esser visti come deboli o come perdenti ma l'amore che intende Cristo è un amore segreto, è preghiera che va al di là dei gesti ed alla fine è confortante sentirsi vittoriosi e promotori di una giustizia poco comprensibile dal mondo. Il Signore fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni ed allora noi chi siamo per decidere di castigare un fratello invece di comprenderlo e di ricercare, in lui, il motivo del suo comportamento? Io vivo, forse in modo errato, con il concetto che chiunque mi si presenti accanto è migliore di me, sia esso un nemico o un amico; mi pongo con lui partendo da un gradino più basso per poi, magari rimanere insieme su quel podio che ci incoronerà vincitori nell'amarci a vicenda e nel rispettarci.

venerdì 6 marzo 2009

Va’ a riconciliarti con il tuo fratello

Matteo 5,20-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!”.

Oggi ci viene illustrata la via da percorrere per conquistare la vera vita. La via del Signore è la giustizia, una strada lontana dal peccato e dall’agire in modo iniquo, aperta a tutti coloro che desiderano praticarla. È bello leggere nelle parole del profeta Ezechiele l’importanza e l’essenzialità del praticarla sempre e costantemente “se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere iniquità…muore” , non c’è scampo, infatti, per chi ha conosciuto la giustizia e decide di metterla da parte e di non renderla presente nella propria vita e a differenza dell’ingiusto, che ritorna per la retta via guadagnandosi la vita stessa, vedrà cancellate tutte le cose giuste da lui fatte. Di giustizia parla anche Matteo e ci invita a farne esperienza , di una giustizia diversa da quella intesa dagli scribi e farisei quindi diversa dalla giustizia degli uomini. “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario”, non è umano saper perdonare gli avversari, è difficile, come non è umano riuscire a mettere da parte ira ed orgoglio per tentare di perdonare e di riconciliarsi con un fratello offeso o giudicato male. Praticare la giustizia divina è un atto estremamente impegnativo perché è distante dalla nostra concezione di giustizia spesso egoistica e che pone al centro, come unici beneficiari, noi stessi e i nostri interessi. Amare il proprio fratello, invece, è la prima cosa da fare, il primo comandamento, quello nuovo lasciato da Cristo stesso durante l’ultima cena “che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”, molto più importante dell’offrire un sacrificio perché nell’odiare il fratello o nell’essere adirato con lui si cela un cuore per niente contrito e quindi non gradito a Dio “uno spirito contrito è sacrificio gradito a Dio, un cuore affranto ed umiliato tu o Dio non disprezzi”. Umiliamoci dinanzi al perdono, non ripaghiamo mai il male con lo stesso male ma il nostro bene incondizionato sia l’arma che faccia desistere gli iniqui e che l trascini per quella via che li condurrà alla vita.

lunedì 2 marzo 2009

Ogni volta che avete fatto qualcosa a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Matteo 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà anche a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

Quando mai ti abbiamo veduto? Siamo convinti che vedere Cristo sia un'esperienza 5rivervata solo ai pochi fortunati che in passato, e forse anche tutt'ora, riescono a cogliere i suoi segni: i veggenti. Cristo è vivo e sempre visibile ma solo gl occhi che riescono ad andare oltre possono focalizzare la sua immagine riflessa sul nostro prossimo. Gesù è sempre in mezzo a noi, nelle nostre giornate perchè nel viso di un povero, di un ammalato, di un nostro amico in difficoltà c'è l'immagine di Cristo che ci invita sempre a servirlo nei fratelli.

martedì 24 febbraio 2009

Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato. Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti

Marco 9,30-37
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

"Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato" e Lui incarna alla perfezione l'immagine del "grande" che si fa piccolo, e serve fino alla fine la volontà del Padre e quindi tutti noi aprendoci le porte per la salvezza eterna. Gli uomini lo uccideranno ma lui risorgerà, davvero è indispensabile morire alla legge degli uomini per risorgere? Credo davvero che sia l'unica strada per poter accedere al regno, è impossibile servire due padroni, occorre discernere attentamente i pro e i contro affinchè il nostro sacrificio e la nostra scelta non siano vani. Morire in Cristo significa accettare la propria miseria, abbandonare l'orgoglio e la presunzione che ci portano a considerarci grandi, e divenire, poi, servi, bambini. Solo riuscendo a purificare il nostro cuore si riesce ad identificare, e quindi percorrere, la strada che ci condurrà al "terzo giorno", quel giorno in cui la nostra scelta terrena si trasformerà in gloria eterna.

domenica 22 febbraio 2009

Il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra.

Marco 2,1-12
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».


Gli scribi si trovano davvero spiazzati dinanzi alla figura di Gesù, quello che per loro era un semplice profeta, un guaritore, ora si mostra per quello che veramente è "chi può perdonare i peccati se non Dio solo?". Gesù, il figlio di Dio è venuto per guarire non solo i nostri corpi martoriati dalla sofferenza ma porterà sollievo alla nostra anima guarendola dalla dannazione eterna. Davanti al paralitico che necessariamente implorava la guarigione fisica, Gesù dapprima si prende cura della sua anima ponendo l’attenzione sulla grande missione che è chiamato a compiere: salvarci e ricondurci al Padre. E dinanzi al Padre non giungeremo con i nostri corpi mortali, là saremo anche noi trasfigurati e la nostra anima finalmente sarà libera dalla prigione quale è stato il corpo. Chiediamo al Signore di risanare le nostre ferite più oscure, quelle che pian piano lacerano la nostra anima e inesorabilmente la consumano. O Gesù prenditi cura della nostra salute fisica ma aiutaci a non dimenticarci di quell’anima che un giorno ritornerà a Te, fa che sia degna di contemplare il tuo volto.